sabato, Agosto 15, 2026
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Berlinale: “Zud” di Marta Minorowicz

La giusta distanza e la giusta velocità

Berlinale 2016: Generation
Le steppe della Mongolia non sono certo il luogo più ameno e comodo per crescere, ma il piccolo Suchbat vive con entusiasmo e coraggio le dure condizioni di una terra sferzata dal tempestoso vento chiamato “zud”, coltivando la sua passione per i cavalli.

Dopo aver studiato alla scuola di cinema “Andrzej Wajda” e aver girato alcuni documentari la polacca Marta Minorowicz esordisce nel campo del film a soggetto con la giusta temerarietà. Ha infatto deciso di andare a girare un film in una terra “aliena”, lontanissima dalle sue coordinate antropologiche: dalla Polonia in crescita economica e in post-moderna espansione metropolitana si è spostata nelle illimitate lande mongole, dove a perdita d’occhio si estendono radure, declivi ondulati e aride pietraie in mezzo alle quali il piccolo protagonista e la sua famiglia di allevatori passano ogni santo giorno che dio manda in terra affrontando problemi ben più lontani e diremmo ancestrali di quelli degli europei di Varsavia. Facciamo notare queste lapalissiane coordinate geografiche da un lato per spiegare lo sguardo comunque esterno e rispettoso che la regista mantiene nei confronti della materia filmata, dall’altro invece proprio per inquadrarla in una certa “scuola” meritoriamente aperta a tutte le coordinate mondiali che nel suo paese ha espresso, giusto per citare un nome, Wojciech Staron.

L’incipit inquadra tipologicamente il film e ne riassume preventivamente le linee di forza: il padre di Suchbat trascina a fatica una pecora morta fra sterpaglie e rocce sferzate da un vento impietoso, in un quadro di coordinate uomo-natura impegnativo ma nient’affatto disperato. Le scomodità quotidiane, l’assenza di comfort, persino la morte sono sì pane duro da mordere giorno per giorno, ma è bene non disperarsi e invece rimboccarsi le maniche: non c’è spazio infatti per maceramenti esistenzialisti in questo mondo pre-moderno, la prassi e la risoluzione dei problemi sono la stella polare di una piccola comunità che sa bene di poter contare solo su se stessa. Se una malattia sta decimando le greggi servono altri soldi, e questi soldi possono venire solo grazie alla collaborazione uomo-animale, da cui l’idea che Suchbat provi a vincere una tradizionale corsa di giovani cavalli che si tiene in quei luoghi.

Con la lentezza e alcuni piccoli “passi falsi” che sono prevedibili e perdonabili in una giovane autrice giustamente ambiziosa ma ancora inesperta, la Minorowicz si prende tutto il tempo necessario per inquadrare la storia che ha scelto, e siamo sicuri che nelle prossime prove (che vanno di certo seguite con interesse) saprà trovare con maggiore rapidità e decisione il filo del discorso. Ma se soprassediamo appunto ad alcuni episodi non inquadrati alla perfezione e a una certa lentezza drammaturgica in apertura, la giovane regista fa il piccolo miracolo di narrare una storia di lotta drammatica fra la vita e la morte che fa però volentieri a meno di esagerazioni e violenze emotive: la guerra con gli elementi, la morte degli amati (e utili) animali, la sconfitta e la perdita sono presentati come ingredienti inevitabili di una vita dura ma d’altro canto pienamente vissuta. La Minorowicz non scade mai in scene melodrammatiche o tanto meno in sottolineature compiaciute: le carcasse delle bestie sono trascinate per la steppa o mangiate dai predatori perché così è scritto nelle immutabili leggi della natura, non per impietosire lo spettatore sentimentale. Il giovane eroe non vincerà a spron battuto la gara alla quale si prepara per lunghe settimane perché la sconfitta è una delle variabili con cui si può e si deve fare in conti, non per farne il ritratto filosofico di un “vinto”.

Rimangono anzi negli occhi i momenti (passeggeri e fugaci come tutte le vittorie) in cui il piccolo allevatore provetto corre a perdifiato sul suo puledro in territori che non conoscono confini, o gli attimi di semplice gioia che egli condivide con uno dei suoi pochi amici, parlando di “ragazze”. Il canto ancestrale che Suchbat utilizza per dare la carica al suo puledro, la fatica naturale e “lieve” con cui lui e suo padre addomesticano gli animali e fronteggiano gli elementi restituisce un mondo che segue delle leggi ben più antiche e radicate di quanto il nostro sguardo europeo sia abituato ad affrontare. In questo senso si recuperano anche degli spunti documentari che (senza mai farsi puramente descrittivi, senza scadere in uno stile “National Geographic”, insomma…) sono anzi ottimamente inseriti nella costruzione dei personaggi.

I personaggi e il loro inquadramento nel paesaggio sono appunto il punto di forza di questa giovane regista che, se saprà asciugare alcune piccole imperfezioni, potrà di sicuro segnalare il suo nome fra i più interessanti del nuovo e ricco cinema polacco. Si consideri che anche un altro documentarista di vaglia (tutt’altro il suo stile, ma non è questo il problema) come Marcin Koszalka ha recentemente fatto il gran passo verso il cosiddetto “film fabularny”, ossia di finzione. Per utilizzare una delle frasi-cardine di questo Zud, se anche la Minorowicz saprà trovare il giusto passo, ossia la velocità con la quale far correre i suoi cavalli in 35 millimetri, diventerà di sicuro un corridore vincente.