“CHE STORIA È QUESTA” DI ERRI DE LUCA E GIANMARIA TESTA

Già: che storia è questa?

Il racconto inizia in modo informale: “un po’ prima, tanto noi ci siamo e voi ci siete”, annuncia Erri De Luca, uscendo sul palcoscenico di Dolo (Ve) insieme a Gianmaria Testa, con le luci in sala ancora accese e il pubblico che, dopo una lunga fila, trova posto. La platea è piena, l’attesa è molta.

Informale: l’aggettivo forse più adatto a descrivere il tono generale che assumerà Che storia è questa, presentato in prima regionale all’interno di Paesaggio con Uomini. Non ascrivibile al rango degli spettacoli teatrali, né a quello dei concerti, non è nemmeno un incontro. Chi ha visto il fortunato Chisciotte e gli invincibili, che ha preceduto questo lavoro, potrà più facilmente visualizzare cosa accade in scena.

Ovvero: una sorta di chiacchierata informale appunto, accompagnata dalle canzoni. Promettevano del buon vino, un tavolo di legno, una chitarra, De Luca e Testa. E un insieme di parole e racconti che potessero dipingere il secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Questo il nucleo centrale di Che storia è questa, affrontato attraverso una duplice prospettiva di lettura: ovvero il Novecento come secolo dell’emigrazione e come secolo delle rivoluzioni.

Il tavolo di legno non c’è; il che potrebbe essere pure un dettaglio trascurabile: ma quel piccolo piano d’appoggio ricoperto da un drappo certo non dà la sensazione di star seduti in un bar, o in una cucina amica, o sotto una pergola, a riflettere del senso della Storia. Pazienza. Ci sono però le canzoni a scaldare l’atmosfera, la voce di Testa avvolge e coinvolge, dita leggere sulla chitarra e tonalità bassissime tra le corde vocali. De Luca fa la parte del “saggio”, come scherzosamente lo definisce Testa: sceglie temi e percorsi delle parole, attraversa in modo disordinato lotte armate e porti di migranti, dipinge un puzzle di pezzi diversi.

Si arriva a parlare di Izet Sarajlić, in un vero e proprio atto d’amore che De Luca tributa al poeta cantore di Sarajevo, che visse la sua personale rivoluzione e resistenza durante l’assedio della guerra di Bosnia senza decidere di allontanarsi dalla città, pur avendone la possibilità. Una parentesi emozionale molto forte, poiché si percepisce netta la sincerità dell’amicizia che ha legato i due scrittori: forse il passaggio meglio riuscito di tutto il lavoro.

Che, nel complesso, risulta tuttavia migliorabile. “Almeno questa l’abbiamo provata, giuro”, annuncia Testa ad un certo punto riferendosi ad una canzone. Ed è uno spioncino netto. Lo spettacolo è informale, sì: ma non studiatamente informale. Mancano le prove: d’accordo, ne prendiamo atto. Non è oliato: certo è alle prime uscite. Però si sente una sorta di mancanza di approfondimento dei temi: tutto viene accennato, non ci si addentra, non si capisce il legame tra l’una e l’altra storia. L’atmosfera è piacevole, sì: non molto di più, però. Peccato, perché la sensazione è che il potenziale di due artisti profondi e capaci come Erri De Luca e Gianmaria Testa sia rimasto decisamente poco sfruttato. Il pubblico applaude fragoroso e pieno d’affetto; però, davvero, che storia è questa?

Foto di Tommaso Saccarola