“Faust” di Alexandr Sokurov

Venezia 68. Concorso
Tratto con libertà dalle varie narrazioni faustiane, questa interpretazione russa del mito germanico sposta l’attenzione sugli aspetti corporei della lotta fra il dottore e il tentatore.

Non sta qui a noi riassumere il “soggetto” della storia del Dottor Faust, che conosce già fra l’altro numerosi adattamenti e rielaborazioni in varie serie artistiche. È più utile forse ricordare invece che (come scrive anche Denis Brotto nella sua recente monografia Osservare l’incanto) il maestro Aleksandr Sokurov aveva già disseminato le sue opere precedenti di riferimenti e citazioni tratte dalla vicenda che ha ispirato fra gli altri Goethe e Mann.

Si è detto a ripetizione che questa pellicola dovrebbe chiudere (con uno spostamento dai personaggi storici a uno di fantasia) la tetralogia sul Potere, intrapresa dal regista con Moloch, Taurus e Il sole. Nelle dichiarazioni egli ha poi sottolineato anche l’aspetto supplementare dell’infelicità, che dovrebbe unire a mo’ di fil rouge i quattro protagonisti così variamente assortiti di questo progetto in quattro puntate. L’infelicità di fronte alla presa di coscienza che il potere non riempie tutti i meandri e gli angoli bui dell’anima, e non esime dal fare i conti con la realtà. Un altro dei motivi che si riscontrano in questo Faust come nei precedenti tre capitoli, è l’uso forsennato, quasi patologico, della parola, che però invece di essere Logos vivificante rimane arido sproloquio e creatrice di illusioni. Le liti fra Hitler e Ewa Braun, le conversazioni subdole fra Lenin e Stalin si ripropongono qui nel fitto dialogo sul Tutto e sul Nulla fra un Faust ossessionato dal corpo umano e un tentatore mostruoso e deforme, ben lontano da altre rivisitazioni classiche di un Mefistofele brioso e scattante.

In questa prima breve recensione indichiamo dunque proprio in questo distacco fra Corpo e Parola il canovaccio da seguire per entrare nella testa di Sokurov (che conferma nel complesso lo stile visivo dei suoi ultimi lungometraggi). L’incipit è sintomatico: un pene a riposo in primo piano, che scopriremo appartenere alla “vittima” di un’autopsia un po’ approssimativa. Il resto del povero corpo, altrettanto disgustoso, viene subito smembrato senza tanti complimenti da un Dottore che cerca l’anima, ma è deluso dal non poterla “localizzare” fra una cistifellea e un duodeno. Lo stesso diabolico suo compagno di disquisizioni, come si diceva, lungi dall’essere affascinante, è un diavolo meschino, con un rugoso corpo a campana privo di normali attributi sessuali (ma non dei relativi appetiti).

Il corpo, il fisico (spesso mostruoso e ai confini dell’horror) esonda ed è martoriato. Esonda anche la parola, che non si tace quasi un solo minuto per tutte le due ore e passa del film. Che siano rimproveri nervosi della madre alla povera Margherita, o chiacchiericci untuosi di Mefistofele (qui chiamato Mauricius, l’“oscuro”), o ancora urla e imprecazioni dei pazienti (sottoposti a cure mediche molto simili a torture), Sokurov decide di inondarci di dialoghi. Questa eccessiva fiducia nella parola (che però, come si diceva, ne mette volontariamente in dubbio lo statuto di verità) è forse l’unico segnale di pesantezza di un film-mondo che restituisce comunque alla Mostra di ARTE cinematografica la sua giusta dimensione.

O no, forse c’è ancora un difetto (ma uno studio più accurato potrebbe forse smentirci): non si capisce perché ogni tanto Sokurov piazzi dei brevi passaggi connettivi fatti di immagini distorte e “trattate”: è questa una sua firma autoriale, lo abbiamo imparato con gratitudine almeno dai tempi di Madre e figlio, ma qui non vorremmo davvero che fosse un primo, ancora limitato, segnale di un vezzo autoreferenziale…

Titolo originale: Faust
Nazione: Russia
Anno: 2011
Genere: Drammatico
Durata: 134′
Regia: Aleksandr Sokurov

Cast: Hanna Schygulla, Maxim Mehmet, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Joel Kirby, Antoine Monot Jr., Eva-Maria Kurz, Katrin Filzen, Florian Brückner
Produzione: Proline Film
Data di uscita: Venezia 2011