Pesaro, 30 giugno – Questa mattina nel Teatro Sperimentale di Pesaro è avvenuto qualcosa di unico e magico, “uno dei momenti più commoventi che io ricordi” ha aggiunto il direttore Giovanni Spagnoletti: Victor Erice, noto cineasta spagnolo dalla produzione parca ma importantissima che fisicamente rievoca un po’ la figura esile del malinconico feudatario interpretato da Sam Shepard ne I giorni del cielo (1978) di Terrence Malick, ha tenuto una straordinaria lezione di cinema all’interno della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, che quest’anno ha dedicato un omaggio in suo onore. Avere Erice a un festival è di per sé evento degno di nota data la risaputa riservatezza del regista.
Nella sua conferenza, letta in uno spagnolo caldo e accogliente e aperta a dissertazioni anche sulla tecnologia digitale (indice di un autore vivo e informato), Erice ha parlato del “cinema dopo il cinema” ma senza nessuna finalità funambolica, come ha subito sottolineato: ha presentato, invece, un percorso del tutto personale attraverso le date cruciali della storia del cinema che, soprattutto, hanno influenzato la sua storia intima di uomo e di artista. In questo senso, il periodo del muto diventa quindi l’età d’oro del cinema e, chi ha avuto la fortuna di vedere le sue opere, avrà una conferma decisiva di questa prima affermazione.
“Io ho vissuto il cinema come arte popolare, come memoria visiva del XX secolo, e ho vissuto la perdita di questa condizione con molto dolore”, ha affermato il regista ricordando malinconicamente ma senza nostalgia (sensazione miracolosa che puntualmente ritroviamo nei suoi film) la modernità incipiente di film quali Roma città aperta e Ladri di biciclette nel rappresentare la cruda realtà (“il cinema non deve esprimere una verità conosciuta in anticipo, bensì farla emergere dalle immagini, in definitiva rivelarla”) e delle opere della Nouvelle Vague – di cui ricorda soprattutto gli sguardi in macchina truffautiani e godardiani – per la moralità dello della messinscena e, quindi, dello sguardo.
Il cineasta incanta per la sicurezza degli assunti (“il momento di nascita del cinema moderno si ha con evidenza nella sequenza della tortura ad Aldo Fabrizi in Roma città aperta, opera bella e necessaria, quindi giusta”) e per la ‘scandalosa’ serenità dei toni che contraddistingue anche le sue opere, e scuote le corde dei cinefili e degli appassionati: anche se finisce per esprimere dissensi verso le politiche nazionali in termini di educazione cinematografica e per sancire una volta di più la superiorità congenitamente artistica del mezzo cinematografico rispetto a quello televisivo, non manifesta rancori repressi né solleva invettive personali, nemmeno quando, candidamente, conferma che la sua filmografia è esigua anche per motivi prettamente economico-produttivi. “I film realizzati”, aggiunge con l’ironia e la sfuggevolezza che lo ammantano, “sono comunque il risultato di quelli che non ho potuto fare”.
E’ un poeta completo che rivendica le qualità evocatorie del cinema (“il cinema è la comunità, il sogno comune nel buio della sala, una festa, il perdersi e il ritrovarsi negli occhi degli altri, un dispositivo che non si limita a riprodurre e divulgare ma nasce per creare”: Lo spirito dell’alveare, visto martedì scorso e in replica domenica mattina, è la sistematizzazione per immagini di questa teoria) e ne esemplifica la peculiare alterità insita nelle immagini di cui è composto.
Conclude infine, e la commozione raggiunge l’apice, rivendicando il proprio desiderio di essere marginale – che ricorda molto “il desiderio di essere inutile” di Hugo Pratt, altro artista visuale intransigente e isolato: “Sono un cineasta. Il cinema è per me una forma di destino e di conoscenza, un mezzo di comunicazione, una scrittura. C’è cinema dove c’è il viaggio autentico, l’esperienza e l’incontro. Scrivere, come diceva Marguerite Duras, e si potrebbe ora dire filmare, significa realizzare film di insistenze, di sguardi introspettivi per poi abbandonarli e non finirli mai”.
Prima dell’incontro è stato proiettato il documentario El sol del membrillo (Il sole del melocotogno, Spagna 1992), lavoro nato da un’idea del regista e dell’amico pittore Antonio Lòpez. Il documentario, che riprende il pittore all’opera mentre tenta di dipingere un melocotogno piantato nel suo giardino, tratta il tema della creazione artistica e, insieme a questo, delle peculiarità specifiche di varie tecniche espressive. Antonio Lòpez vuole rappresentare la realtà del melocotogno, seguirlo nella sua evoluzione biologica, ma la pittura non gli permette di farlo. E’ allora il cinema a venirgli in aiuto, documentando nel tempo il suo lavoro.
Il lungometraggio è stato seguito da una raccolta visiva di appunti, realizzati successivamente dallo stesso Erice, tesi a documentare la genesi del film e la natura della riflessione intellettuale dei due artisti.




















