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INCONTRO CON MARIO RIGONI STERN

La guerra, la montagna, la memoria: l’insegnamento etico del Sergente

Mario Rigoni Stern è uno di quegli autori attorno ai quali si sono sprecati i giudizi, i più vari: inizialmente definito “scrittore da un solo libro” (e non fu così), scrittore che non vuole essere considerato professionalmente tale oppure scrittore legato ad un solo genere, quello bellico – memorialistico.

Ma nel corso degli anni Rigoni Stern ha saputo smentire tutti coloro che si erano affrettati a definire il suo primo e più celebre libro, “Il Sergente nella neve”, come un piccolo capolavoro che non avrebbe avuto seguito alcuno. D’altronde erano in pochi (tra questi Piero Chiara che definì “scrittore meno occasionale di quanto non sembri”) a scommettere su questo montanaro, autodidatta e impiegato all’ufficio catasto nel suo paese, Asiago, e ad immaginare che sarebbe diventato uno dei maggiori scrittori del dopoguerra italiano.

Quanto sia grande oggi l’affetto del pubblico per lo scrittore dell’Altipiano si è visto chiaramente sabato scorso, 28 ottobre 2005, durante l’incontro organizzato con gli abitanti di Montebelluna per il conferimento della cittadinanza onoraria all’autore. Un incontro che è stata anche l’occasione per ripercorrerne la lunga carriera, alla ricerca dell’insegnamento che il vecchio Sergente ha lasciato alle generazioni presenti e future.
Il dibattito è stato introdotto dallo scrittore e giornalista Eraldo Affinati, curatore dell’edizione dei Meridiani Mondadori dedicata all’opera di Mario Rigoni Stern, ed ha visto la partecipazione di un altro amatissimo scrittore figlio della montagna veneta: Mauro Corona.

Grazie a questi interventi sono state sviscerate le tematiche ricorrenti dello scrittore vicentino, ed è stato anche possibile tracciarne un ritratto sincero. La guerra e il pacifismo, la montagna e la natura, l’importanza della memoria ritornano in tutta l’opera di Rigoni Stern. Dopo la pubblicazione de “Il Sergente nella neve” (1953) seguirono altri libri di stampo memoralistico sull’esperienza della guerra, dall’Albania ai lager nazisti dove venne imprigionato dopo l’8 settembre.
Un filone, quello bellico, che in quegli anni era diventati un vero e proprio fenomeno letterario e che aveva assunto un ruolo importante nel percorso di ricostruzione morale e sociale dell’Italia dopo lo sfascio del ventennio fascista prima, della guerra e dell’occupazione tedesca poi. Eppure Rigoni Stern riuscì fin da subito a ritagliarsi uno spazio di rilievo, grazie alla sua capacità di stare distante dalle insidie della retorica, di raccontare le vicende di uomini più che di eroi.

Il narrare di Rigoni è frutto di uno sguardo che va dal basso verso l’alto, proprio di chi, sottufficiale, ha familiarità con i gradi superiori ma soprattutto vive la quotidianità con la sua truppa, fatta di amici, montanari come lui, che si trovavano in mezzo ad una guerra di cui non capivano il senso. A distinguerlo era poi la qualità della scrittura, immediata e spontanea, e della struttura narrativa che mette al centro l’umanità vittima della guerra, di qualsiasi parte essa sia.

“E’ un libro del quale non si può non consigliare a chiunque la lettura” scriveva Franco Fortini su “Comunità” nella sua recensione del “Sergente nella neve”, e la ragione era, oltre alla scrittura e alla presenza di pagine da antologia, la qualità morale del libro.
L’insegnamento etico dello scrittore e la sua condanna della guerra è presente in tutta la sua opera, dove non c’è mai odio per il nemico ma solo per coloro che, nelle loro posizioni di comando, mandava a morire i soldati semplici tenendosi sempre lontano dal fronte della battaglia. Un giudizio che Mario Rigoni Stern ha ribatito anche durante l’incontro: “La sola guerra giusta è quella fatta per la difesa delle proprie case, e noi eravamo degli invasori, ma – ha aggiunto – la guerra persa è stata una vittoria per noi perché ci ha ridato la libertà”. Il patrimonio di ricchezza umana che Rigoni Stern ci consegna sta proprio nel fatto di aver raccontato tutto della guerra, senza sconti e senza rancore, aiutandoci ad andare avanti per poter costruire finalmente un futuro di pace e di armonia.

Spumeggiante, loquace e citazionista più che mai Mauro Corona ha voluto offrire un ritratto molto personale, da collega e amico, di Rigoni Stern: uno scrittore che egli sente molto vicino alla sua sensibilità, per le comuni origini montanare, e per il quale, ha dichiarato, “Ho una grande ammirazione, non solo come letterato, ma come profondo conoscitore delle cose della montagna e del bosco. Una rispetto che mi ha ispirato subito, per la sua bontà e la sua innata gentilezza”.
Corona ha fatto riferimento soprattutto al secondo filone narrativo dell’opera del Sergente Maggiore Stern, quello de “Il bosco degli urogalli”, “Storia di Tönle”, “Uomini, boschi e api” fino ai più recenti “Arboreo selavatico” e “Le stagioni di Giacomo”. Tutti libri incentrati che parlano degli uomini, degli animali e delle piante del suo Altipiano, un luogo incantato ma su cui avanza la minaccia del progresso, con la scomparsa della capacità dell’uomo di vivere in simbiosi e di dialogare con la terra e la natura.

Anche per questo suo legame indissolubile con la terra d’origine i libri di Mario Rigoni Stern sono intrinsecamente naturalistici, nel senso che egli non avrebbe mai potuto scrivere cose con non gli fossero accadute, o che comunque fossero lontane dal suo mondo. La maggior parete delle sue opere è stata scritta dopo i 50 anni, per cui egli può bene essere definito uno scrittore che racconta solo quello che conosce, che gli deriva dall’esperienza o dalla memoria storica delle sue montagne.

Un ultimo pensiero dello scrittore, alla fine della chiacchierata con i suoi lettori e neo-concittadini, è stato dedicato al rapporto speciale cha lo ha sempre legato i libri. Una serie di teneri aneddoti sulla sua giovinezza mostrano l’amore per la lettura, un vero e proprio rito: “I libri tengono compagnia alle persone, perché ti fanno conoscere luoghi e situazioni lontane – ha commentato – Anche quando ero in Russia, le storie e i personaggi dei romanzi che leggevo mi sembravano quasi più veri della battaglia che mi stava attorno. E se anche io sono riuscito a tenere compagnia a qualcuno vuol dire che è valsa la pena di scrivere”