INTERVISTA A GIULIA OTTONELLO IN SCENA CON “CATS”

Teatro Pavarotti di Modena il 18 e 19 dicembre

Cats sabato prossimo sarà in scena al Teatro Comunale di Modena dopo il fortunatissimo tour della stagione 2009/2010 che ha registrato quasi sempre il tutto esaurito nei maggiori teatri italiani. Qui a Modena è stata aggiunta addirittura una pomeridiana alle due recite previste inizialmente, a causa delle tante prenotazioni. Un successo quindi che non accenna a diminuire…

Cats è un grande classico. Ora che finalmente è arrivato in Italia e in italiano, non mi stupisce che abbia questo successo di pubblico. Noi della compagnia (della Rancia, ndr) siamo molto contenti del successo di questa produzione.

Il Musical è un genere di matrice anglo-sassone, sviluppatosi in seguito negli Stati Uniti, la cui drammaturgia è strettamente connessa alle sonorità e alla metrica della lingua inglese: non pensi che tradurre o adattare il testo all’italiano sia una sorta di violenza al genere, che può comportare la perdita di preziose sfumature linguistiche, e quindi musicali?

Vero. Toccare i grandi classici sembra sempre quasi una bestemmia. Io stessa ero perplessa quando mi è stato presentato il progetto, ma devo dire che l’adattamento non solo è stato fatto con grande rispetto e umiltà, ma è anche stato supervisionato da chi detiene i diritti di Cats. Il lavoro di Franco Travaglio (autore delle liriche, ndr) e Michele Renzullo (curatore della traduzione, ndr) è stato molto rispettoso e credo renda benissimo, anche grazie alla regia innovativa di Saverio Marconi. Credo che questa ‘rinfrescata’ sia riuscita bene.

Nei giorni del debutto, a ottobre dell’anno scorso, il regista Saverio Marconi, disse alla stampa di aver “insistito sull’ambiguità affascinante tra gatti e uomini”. Cioè?

Si è lavorato molto a livello fisico, cercando di portare all’estremo la teatralità dei personaggi in scena. La sensazione è quella di avere davanti un mix spaventoso, terrificante, sensazione amplificata dall’uso delle maschere, da un trucco e parrucco molto evidente. Praticamente abbiamo una copertura del volto quasi totale. Fisicamente quindi in scena siamo parecchio vicini agli animali ma con una personalità e un comportamento molto umano. Che poi il confine invisibile tra uomo e gatto è quello che dal testo di Eliot emerge in modo forte.

Grizabella è uno dei ruoli più impegnativi di Cats, sia vocalmente, sia teatralmente. Com’è la Grizabella vista da Giulia Ottonello?

E’ un personaggio talmente importante, storico, che gli unici atteggiamenti possibili per avvicinarmi ad esso erano il rispetto e l’umiltà. Grizabella mi girava in testa da tanti anni, e ho avuto la fortuna di poterla osservare tante volte, in tante produzioni, nei teatri inglesi e in giro per il mondo: la studio da tanto tempo. Grizabella è una gatta non più ragazzina, di una certa età, non penso vecchia, ma molto adulta, ecco, che arriva da un passato luminoso, nella sfera personale come in quella professionale, una sorta di gatta-star che poi, a causa di strade e incontri non felici, è passata dalle stelle alle stalle. Quindi vive la frustrazione di aver perso tutto. Ma non è una visione totalmente pessimista: alla fine, lottando, ottiene il riscatto, la felicità, la rinascita.

Cats, com’è noto, è stato composto sull’ Old Possum’s Books of Practical Cats di Eliot. Personalmente ciò che Webber ha fatto con Eliot, ricorda molto ciò che De Andrè fece dieci anni prima con Lee Masters, sia per la presenza del tema della morte, sia per la tipologia della fonte letteraria scelta. Ti sembra forzato?

Non c’avevo mai pensato. In effetti, sono due storie diverse, ma senza dubbio i due geni sono partiti da un’intuizione molto simile. L’utilizzo di un pretesto letterario è una cosa abbastanza comune ma ciò che fa la differenza poi è il ‘come’. Non hai fatto due nomi a caso: sia Webber, sia De Andrè sono riusciti a dare con la musica un valore aggiunto ai testi dai quali hanno tratto ispirazione.

Tu sei nata a Genova, una città che non paga di aver “diplomato” nella sua scuola De Andrè, Paoli, Lauzi, Tenco, continua a sfornare talenti artistici: tra i più recenti, il comico Maurizio Lastrico, gli Gnu Quartet e tu. C’è qualcosa a Genova che non si trova facilmente altrove?

Spesso la gente mi prende un po’ in giro quando parlo di questa cosa. A Genova c’è qualcosa di magico che ti spinge a tornare, tutte le volte che te ne allontani. C’è varietà geografica: i monti dietro, il mare davanti, e tanta strada da fare per andare ovunque. E’ piena di storie che si snodano nei mille vicoli, malinconica e al tempo stesso serena…è impossibile non lasciarsi ispirare. E poi c’è un grande fermento, tant’è che nel 2004 è stata capitale europea della cultura.

Eppure oggi il Carlo Felice versa in situazioni critiche…

Ecco, questa non me l’aspettavo, è un colpo basso. Sono cose che fanno male. A volte vorrei che chi ha in mano le redini della città fosse più lottatore. Questa è una delle cose negative di Genova: sembra che manchi la voglia di combattere per non perdere quello che di buono si ha. E’ molto triste e molto grave. Ma Genova ti stupisce sempre, nel bene e nel male. Per esempio, nel bene, se posso, vorrei ricordare “Silenzio…senza paura”, brano uscito in formato digitale il 25 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, eseguito da me e dal gruppo “The Mainstreame”. L’intero ricavato andrà a favore dell’UDI di Genova, un centro accoglienza per le donne che hanno subito violenza, una struttura utilissima e molto importante.

Nella tua formazione artistica, quanto ha influito il perfezionamento con il compianto Carl Anderson e cosa ha imparato da lui?

Io l’ho conosciuto quando avevo circa 15 anni a Genova. Tra le altre cose buone della mia città, all’epoca fecero una grande masterclass jazz e gospel. Lo conobbi in quella occasione: c’è stato subito un gran feeling, una bellissima sinergia. Era l’ultimo tour italiano di Jesus Christ Superstar in Italia, nel quale lui interpretava Gesù, non Giuda. A lui devo tutto: ho capito la differenza tra cantare e raccontare qualcosa, mi ha insegnato quanto prima arrivi la parola della musica nell’interpretazione. Da quell’incontro in poi ho iniziato a capire cosa dovevo fare.

Giulia Ottonello si è imposta al grande pubblico vincendo Amici nel 2003. Pensi che vincere un talent show – ieri come oggi – sia utile o, dato il rapidissimo ricambio, alla lunga, risulti penalizzante?

Guardando indietro sono contenta di aver partecipato alla seconda edizione del programma. Non guardo spesso la televisione, preferisco film e cartoni animati, ma ora il programma è completamente diverso rispetto a quando partecipai io. E’ stato senz’altro un grande trampolino di lancio, ma è importante anche come ci si pone. Ogni ragazzo e ragazza deve viversela come un inizio, non come un punto di arrivo. Produttori, case discografiche & Co. hanno capito dopo la potenzialità dell’operazione. Un tempo c’erano molte difficoltà, gli addetti ai lavori avevano solo pregiudizi e chiusure, ora si son fatti furbi. Per quanto mi riguarda, anche se la mia carriera non ha subito accelerazioni subito dopo la vittoria, sono molto contenta di come sta andando il mio cammino oggi. Ho avuto momenti duri ma ora sto veramente bene, sono felice, faccio quello che mi piace e spero di poter continuare a farlo a lungo.