venerdì, Luglio 31, 2026
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“IO E MICKYBO” di Owen Mc Cafferty, regia di Jurij Ferrini

Mojo e Mickybo, l’amicizia è una guerra

Mojo e Mickybo si incontrano a Belfast nell’estate del 1970, in una giornata di caldo squagliato, in una città dove la gente “beve benzina direttamente dalla bottiglia del latte” e ci vorrebbero i supereroi per risolvere le faccende dei grandi. Piuttosto che stare in casa a vedere i rispettivi padre e madre sputarsi pallottole, i due ragazzi attraversano il fiume che li separa e si rifugiano in cortile, dove Mickybo il campione ha raggiunto il record di 530 colpi di testa.

È questo il clima del testo di Owen Mc Cafferty, vincitore del premio Total Theatre 1999 all’Edimburgh Fringe Festival e andato in scena al Teatro Aurora di Marghera il 4 novembre, con Antonio Zavatteri e Alberto Giusta della Compagnia Gank per la regia di Jurij Ferrini: un mondo di bambini frenetici, iperattivi e fantasiosi, ma anche di adulti depressi, sconfitti e disillusi sullo sfondo di una città sfregiata dalla guerra tra cattolici e protestanti orangisti.

È proprio il contesto di guerra l’elemento di rilievo di questo spettacolo: entra sottile dalla porta sul retro, per così dire, poiché dal palcoscenico se ne danno pochi cenni. E piuttosto di riproporre il solito ritornello “la guerra vista con gli occhi dei bambini”, il regista sceglie di raccontarci una guerra parallela, una sorta di guerra nella guerra: quella che Mojo e Mickybo combattono contro la banda rivale di Gang, Faccia di Merda e Barney Squarciapalle. Anche questa è guerra: è complotto, fedeltà, giuramenti, messe alla prova, coraggio. I bambini vivono integralmente il loro ruolo di soldati, anzi, di cowboy: come quelli che vedono al cinema di zio Sidney, sfidando la perfida Donna-Pila che li vuole sempre cacciare dalla sala.

La Belfast incendiata è rappresentata da pochi elementi: la gamba saltata in aria di un compagno di scuola colpito da una bomba, che “se ti incolli quella gamba, con tre gambe puoi palleggiare all’infinito”; un proiettile di gomma sparato dai soldati durante una protesta, che i due bambini conservano nella capanna che si sono costruiti per rifugiarvisi perchè in città si sente dire che “saremo tutti morti ammazzati nei nostri letti, che a Belfast sono tutti pazzi”. E ancora: l’eco lontano delle sirene che si sentono nella strada della casa di Mickybo, o l’autobus che porta i due ragazzi a New Castle Countydown, che “com’è che non è stato bruciato?”.

Zavatteri e Giusta coprono tutti i ruoli del testo: sono i bambini, i rivali, i genitori, le signore che passeggiano per strada, lo zio Sidney e la Donna-Pila, i cowboys Butch e Sundance che spadroneggiavano in Bolivia, la gelataia, l’autista. Una girandola di ruoli ben caratterizzati da movenze, toni di voce, cambi di registro linguistico facilmente riconoscibili e identificabili, per cui la gamba accavallata denota la madre, la posa stravaccata sulla sedia indica invece il padre. È infatti la metonimia, l’uso della parte per indicare il tutto, l’espediente che maggiormente ci sembra utilizzato in questo spettacolo, poverissimo nella scenografia, nei costumi, privo di musiche se non nel finale, eppure completo nella sua essenzialità.

La storia si chiude con il tradimento di Mickybo, che passa alla banda rivale: la guerra vera è arrivata dentro casa sua, il padre è stato ucciso. Quando Mickybo urla a Mojo “Bastardo orangista, tu hai ucciso mio padre” tutto ormai è chiaro: l’infanzia è finita, si entra nel mondo sporco dei grandi. Che, in questo spettacolo, puzza di moquette sporche di birra e cenere di sigaretta caduta, non trattenuta da un’umanità adulta tradita e che tradisce e si arrende alla solitudine.

Compagnia Gank, IO E MICKYBO, di Owen Mc Cafferty,
con Antonio Zavatteri e Alberto Giusta
regia di Jurij Ferrini
Teatro Aurora di Marghera (Ve), via Padre Egidio Gelgin, 11
info@questanave.com
www.questanave.com
Galleria fotografica: foto © Tommaso Saccarola