Fuori concorso
Continuano le avventure e i misteri del segugio Rouletabille, questa volta al Chateau d’Hercule. Un’estenuante serie di gag demenziali che mette in luce il paradosso del cinema francese presente alla mostra di Venezia: i primi quindici minuti divertono, i restanti cento mettono a dura prova la sopportazione dello spettatore.
Dopo aver svelato il “Mistero della camera gialla” e dato una risposta alla domanda “Chi ha cercato di uccidere la signora Stangerson?”, Rouletabille, segugio dalle doti eccezionali e genio della deduzione scientifica, si ritrova protagonista di una nuova avventura…
Mathilde Stangerson e Robert Darzac, novelli sposi, si recano in villeggiatura a casa degli amici Edith e Arthur Rance al Chateau d’Hercule, dove la loro quiete viene nuovamente turbata da Larsan/Ballmayer, riapparso nelle loro vite per terrorizzare la bella Mathilde. Rouletabille, accompagnato dal fedele Sainclair, cercherà di scoprire come Larsan riesca a introdursi nella roccaforte…
Il cinema francese degli ultimi anni ha un solo modo di intendere la commedia: un susseguirsi infinito di gag demenziali, una sorta di domino che, tessera dopo tessera, scena dopo scena, forma un film sul principio dell’accumulo. Per i primi quindici minuti si ride, divertiti da questa comicità di grana grossa, ma dopo trenta minuti la situazione diventa ripetitiva, dopo un’ora di numeri d’avanspettacolo di terz’ordine non ride più nessuno e allo scadere delle due ore l’applauso finale non arriva ai due secondi, e sinceramente sorge il dubbio che il battere le mani servisse a riscaldare i palmi duramente provati dall’aria condizionata.
La demenzialità è disarmante, una comicità già superata nel 1927 quando l’avvento del sonoro fece entrare la slapstick comedy nel passato. Qui la tragedia sta nel fatto che il sonoro esiste da ottant’anni ma nessuno sembra essersene accorto a giudicare dall’estenuante serie di smorfie, versi, goffaggini e via dicendo… in questa mostra le produzioni francesi rasentano il paradosso: da una parte gli intellettualismi d’antan di Garrel e Chereau con film che rigirano su se stessi rantolando verso al durata minima del lungometraggio o ben oltre, dall’altra l’apoteosi dell’idiozia, antitesi raggelante del savoir chic di cotanto cinema d’essai. Sarebbe bene ricordare che fare un lungometraggio non è un ordine perentorio del dottore, è un lusso da concedersi solo se si hanno idee che sostengano almeno settanta minuti di pellicola.
Il regista nel commento personale si esprime in versi alquanto sconnessi e vaneggianti e così motiva il suo film: perché no? Ad un tale stornello viene da rispondere “E perché sì, di grazia?” “Le parfum de la dame en noir” vale per uno sketch, uno qualsiasi, da mandare in onda in tv all’interno di un programma alla Mr. Bean; il resto è di troppo. Alle proiezioni stampa va di moda fischiare solo i film italiani secondo la tipica tendenza nostrana di “Autoannientamento morboso e compiaciuto”, mentre i merli, i chiurli e tutti gli altri volatili fischiettanti disertano le proiezioni francofone, o forse trovano che dare contro ad una pellicola d’oltralpe non sia abbastanza alla moda, e preferiscono volare silenti come avvoltoi in attesa della prossima vittima compatriota per cui starnazzare. La censura sembra ritenere il prossimo film della Comencini, non ancora visto, “disgregante per la famiglia”: film come i suddetti, invece, disgregano ben altro, ma non sarebbe opportuno indicare il complemento oggetto in questa sede.
Titolo originale: Le parfum de la dame en noir
Nazione: Francia
Anno: 2005
Genere: Poliziesco
Durata: 115′
Regia: Bruno Podalydes
Cast: Denis Podalydes, Sabine Azema, Olivier Gourmet
Produzione: Pascal Caucheteux, Grégoire Sorlat
Data di uscita: Venezia 2005






