Lo sfondo della vicenda è l’eterno conflitto arabo-israeliano. Il luogo, la città di Tel Aviv. La storia, quella tra Naomi, ebrea, e Abdel, palestinese. Un amore tormentato e “impossibile” con diverse chiavi di lettura.
Siamo nel marzo 2003. Una ragazza ebrea e un ragazzo palestinese si amano. O meglio, cercano di amarsi. Lei proviene dalla media borghesia istruita, è politicamente attiva ma lo può essere fino ad un certo punto perché è consapevole che alcuni confini, se superati, la porteranno in una zona pericolosa e piena di contraddizioni. Capisce, infatti, che dietro il loro rapporto c’è una disperazione tale che non si può prescindere. Non può essere negata o traslata.
Naomi si inserisce in quella nuova generazione di ebrei che ha sentito raccontare l’Olocausto dai nonni ed è piena di disagi e confusioni perché costretta a rivendicare cose e fatti che appartengono, ormai, al passato. Lui vive, invece, in maniera molto forte e viva, il dramma del presente. Non è risolto come la sua amata. Storicamente e socialmente non lo può essere. Naomi concentra tutte le sue forze sulla storia d’amore. Abdel vorrebbe fare lo stesso ma stare dalla parte degli oppressi glielo impedisce. Se lei è cocciutamente ottimista e inneggia in modo ripetuto alla vita portando luce nel buio sotterraneo, lui si autodefinisce un comune pacifico arabo-israeliano talmente carico di poesia da non riuscire a sublimare le componenti dialettiche del proprio amore. Forse l’unica cosa che li accomuna è un forte senso di libertà e indipendenza che permette loro di essere distanti da qualsiasi preconcetto. La loro, però, è una libertà fittizia perché dietro le loro vite incombono formule, schemi e pressioni familiari che si riproducono sotto varie forme e a cui, volente o nolente, devi sottostare.
Ad un certo punto si ha la sensazione che il silenzio possa essere una via di uscita delle problematiche dei due innamorati. Parlano continuamente, vomitando parole. Questo rende consapevoli, entrambi, di girare su se stessi impedendo alle loro vite di andare avanti. Potrebbe essere il silenzio una chiave di svolta nella questione arabo-israeliana? Valentina Chico senza esitazioni dice: “ Assolutamente no! Appena i due protagonisti escono dal sotterraneo per affrontare il mondo, è proprio quest’ultimo a fregarci, di nuovo. Tra lei e lui comincia ad emergere un muro. Si baciano di meno. Quindi il silenzio non è mai una soluzione. Ha senso se nasce con il rispetto del dolore. La comunicazione è una componente così forte che non puoi, mai, farne a meno. Quello a cui si riferisce Naomi è un silenzio che rimanda al rispetto di se e del proprio amato. Stare zitti è la soluzione peggiore. E’ la forza dell’amore a gettarti, prepotentemente, il dramma della guerra e non viceversa”.
Il luogo in cui si svolge la scena è estremamente metaforico in quanto pieno di assurdità. Infatti, nei sotterranei di un gran hotel cittadino americano di Tel Aviv si consumano gli incontri fugaci e proibiti dei due giovani. E’ il massimo dell’estremo dove tutta la complessità è simbolicamente rappresentata. Loro scelgono di stare sotto e di vivere clandestinamente. Stanno esattamente in una posizione dalla quale dominano, silenziosamente, il sopra che grava senza alcun rimedio o sbocco speranzoso. La scena, fin dall’inizio, è fatta di poche cose: scatoloni, sedie, un letto. Per questo motivo i due attori, Valentino Chico e Francesco Siciliano giocano di riempimenti. Attorialmente, rendono molto bene il tentativo di riempire uno spazio vuoto e, decisamente, freddo. Sono il loro amore e la forza del loro caratteri a creare una nebulosa quasi “elettrica”, un qualcosa, difficilmente definibile, che fa fiorire un’essenza che avrà forma solo grazie alle leggi del tempo.
Al Piccolo Eliseo di Roma il 6, 7, 8 Maggio 2005
con Valentina Chico e Francesco Siciliano
regia di Claudio Boccaccini
costumi Antonella Balsamo
scene e costumi Bruno Buonincontri
musiche Antonio Di Pofi






