sabato, Luglio 25, 2026
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“La donna che visse per un sogno” di Maria Rosa Cutrufelli

Una donna grida i suoi diritti durante la furia della Rivoluzione Francese

“La donna ha diritto di salire sul patibolo; deve avere ugualmente il diritto di salire sulla tribuna”.
Olympe de Gouges è rimasta famosa per questa frase, anche se pochi conoscono la sua storia.
Fa parte di un passato scomodo che si è preferito cancellare, nonostante ogni tanto qualcuno tenti di riportarlo alla luce: è il caso di Maria Rosa Cutrufelli -autrice di saggi sulla condizione della donna nella società- che ha trasformato in romanzo la storia di questa eroina del ‘700 realmente esistita.

Marie Gouze è il vero nome di Olympe, elemento di punta nell’attività politica della Francia rivoluzionaria nel fronte delle rivendicazioni femminili.
Olympe denuncia la falsa “democraticità” della Rivoluzione che accorda libertà, uguaglianza e fratellanza a tutti i cittadini ma ne esclude le donne.
Proprio per opporsi a ciò redige nel 1791 la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, rifacendosi all’omonima dichiarazione maschile e rivendica parità di diritti (rappresentanza in parlamento, diritto al lavoro con pari retribuzione, diritto alla proprietà per le donne sposate, riforma del diritto matrimoniale ecc)ma anche di doveri (parità penale).
Analizza inoltre la situazione femminile dell’epoca paragonandola alla schiavitù dei neri; correlazione più volte ripresa in seguito (es: J.S. Mill “La schiavitù delle donne”), a testimonianza della spiccata capacità di comprensione sociale di Olympe.

L’opera della Cutrufelli ripercorre l’ultimo anno di vita della protagonista (1793) regalandoci il ritratto di una donna forte e decisa, di un’idealista disillusa, arrabbiata con una Rivoluzione da cui si sente tradita (cosa ci abbiamo guadagnato noi con questa Rivoluzione?) e animata da un tenace senso della giustizia.
Il quadro delle vicende e la personalità dell’eroina vengono delineati da più prospettive, in un gioco di riflessi: ci parla Olympe stessa, la fedele domestica Justine, la giovane nuora Hyacinthe, le varie compagne di prigionia della donna in un continuo intrecciarsi di storie ed eventi durante i lunghi monologhi che scandiscono la narrazione.
Lo stile di scrittura si adatta ad ogni personaggio, da voce ai suoi ricordi, indugia sulle sue emozioni e amplifica i suoi silenzi facendone emergere l’interiorità più profonda e più vera.
Ogni persona coglie un lato di Olympe -la sua forza, il suo impegno, il dolce sorriso, anche la sua “sfacciataggine”, in tribunale, dove continua a sostenere le sue idee malgrado tutto (ho sempre pagato un prezzo molto alto per poter dire le parole che vanno dette)- ma nessuno riuscirà a comprenderla fino in fondo, a salvarla dal destino che la attendeva.
Olympe, questo, lo sapeva bene: “La Storia verrà a scovarti, se non sarai tu a fare la Storia”.

Nel 1793, dopo che le donne avevano chiesto la possibilità di votare, vengono sciolti i club femminili e cancellati quasi tutti i diritti acquisiti dalle donne in quella breve parentesi rivoluzionaria.
Gli ultimi capitoli dell’opera sono velati da una spessa malinconia e da un senso di rassegnazione che accompagna un’ineluttabilità sempre più incombente.
Percorriamo assieme a Olympe il cammino che la porta al patibolo ascoltando le sue ultime lucidissime riflessioni mentre gli eventi precipitano e viene firmata la sua condanna a morte.
Al termine della storia il documento che espone le motivazioni della condanna:”Olympe de Gouges ha voluto essere Uomo di Stato. La legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”.

Frassinelli 2004, 340 pag., 14,50 euro