Un po’ sceneggiato televisivo d’altri tempi e un po’ kolossal per il cinema. Un po’ dipinto verista e un po’ romanzo storico. Un po’ Rossellini e un po’ Bertolucci. È un vasto insieme di contrasti Noi credevamo: un’enorme tavola densa di chiaroscuri, tanti quanti sono quelli su cui è stata costruita l’Italia. A Venezia, dove è stata presentata due mesi fa, l’opera magna di Mario Martone non ha rappresentato solo uno dei film italiani della Mostra, ma il film sull’Italia: il poema sulla nascita sofferta di una nazione più che mai divisa, a pochi mesi dal centocinquantesimo anno dalla sua unificazione. A Firenze, che di quel neonato Regno d’Italia fu capitale dal 1865 al 1871, Mario Martone è venuto invece per presentare il film in occasione dell’imminente uscita cinematografica.
La lunga proiezione è stata introdotta dallo stesso regista napoletano che – oltre a ricordare Anna Banti, scrittrice fiorentina da una cui opera ha tratto questo titolo così solenne e disilluso e l’ispirazione per uno degli episodi del film – ha precisato come il suo intento non fosse quello di contenere in un grande racconto tutto lo spirito filosofico e rivoluzionario del Risorgimento, quanto quello di concentrarsi soprattutto sulle discordie, i fallimenti e le sconfitte dei moti risorgimentali. Una morale antieroica, quindi, un tentativo di realizzare una “epopea dei perdenti” contraria alla concezione del kolossal classico, dove lo sguardo si sofferma e si concentra su alcuni episodi considerati minori o privi di rilevanza dall’economia storica omettendo le grandi battaglie. A questo proposito, non è un caso che fra i tanti film italiani sul Risorgimento, Martone ne citi solo uno, peraltro non fra i più conosciuti, risalente al 1954: La pattuglia sperduta di Piero Nelli, uno dei rari esempi in cui l’affresco storico incontra la poetica del neorealismo.
Riguardo alla sceneggiatura, Martone racconta come le ricerche condotte assieme allo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo siano state un lavoro in profondità, volto a reperire e riutilizzare documenti storiografici sulle figure “insignificanti” e clandestine che articolano il grande racconto. Domenico, Angelo e Salvatore sono questi tre protagonisti: esempi di ideali ed esperienze di cospirazione profondamente diverse fra loro, accomunati dalla sconfitta ma anche dal fatto di aver in ogni modo contribuito a costruire quell’Italia in cui oggi viviamo e che ancora porta i segni di queste contraddizioni.
Foto a cura di Alessandro Becattini Copyright © NonSoloCinema.com – Alessandro Becattini






