“Romanzo Criminale” – La serie

Un matrimonio e alcuni funerali (1x07)

Nella grande tradizione cinematografica americana, i matrimoni sono occasioni quasi catartiche per ricucire rapporti, disfarne altri, giostrare alleanze e inimicizie e regolare conti. Ecco, quello che succede in questo settimo episodio è perfettamente in scia alla grande grande narrativa – criminale e non solo – americana, e il matrimonio diventa il fulcro di un episodio importante, seppure difficoltoso.

Perché dopo lo straordinario exploit del sesto episodio, e la consapevolezza di una guerra che si preannuncia senza esclusione di colpi, replicare la riuscita è molto difficile: e infatti non ci si riesce. Ma in virtù di una grande sapienza di scrittura e dello straordinario finale, non ci si può lamentare.
Fuori grazie all’intervento del Vecchio, la banda ora ha un paio di grane da risolvere: una, è la promessa di eliminare Terribile e la sua cricca, sebbene protetti dalla mafia; l’altra è la passione folle di Dandi per Patrizia, che lo porta a commettere stupidaggini, e ad attirare l’attenzione del commissario Scialoja, che non se la passa troppo bene. Il tutto, culmina col matrimonio di Scrocchiazeppi.

Chiaramente un episodio di transizione, più interessato a tessere le dinamiche psicologiche dei personaggi, a rimpolparne i risvolti, piuttosto che a complicare o sviluppare la storyline, scegliendo la via del melodramma ironico, gioco-forza visto il contesto, e riscoprendo la matrice popolare del racconto. Ambientato all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro, l’episodio comincia a saldare, almeno in parte, la linea narrativa storico-politica con quella criminale, complicando i rapporti dei personaggi, specie Scialoja, con le indagini sull’assassinio; e in questo contesto, viene fuori il preoccupante ritratto di un’istituzione, o meglio delle istituzioni tutte, allo sbaraglio in quegli anni, vittime ma spesso complici di guerre criminali armate giocate su più fronti e a più livelli.

Come a più livelli, è anche il sostrato della serie, che sfrutta saggiamente il pretesto matrimoniale per farlo specchiare con l’ambiguità di Patrizia e cercare di riflettere sul rapporto tra uomo e donna, già allora in evoluzione, e usa la violenza come vera e propria chiave comunicativa, precisa, senza edulcorarla, né stilizzarla, né farne un escamotage spettacolare. Costruito come una partita a scacchi, su una suspense sottile, Sollima & company riescono a gestire molto bene l’atmosfera di studio, attesa e strategia, ma soprattutto di intensità nel rapporto tra i personaggi (come Libano e Freddo), squarciandola con il colpo di scena dell’attentato a Libano e sublimandola in un finale favoloso, in cui la matrice popolare di cui sopra, è accolta in modo sincero e partecipe.

Come dimostra l’uso, appunto, di Franco Califano (interpretato da una sorta di controfigura) per commentare l’assalto al Terribile durante il ballo di nozze, sequenza in cui lo sguardo di Sollima sembra quello del Coppola de Il Padrino, un po’ meno epico e un po’ più nervoso, e che è il picco di un episodio in cui, più che i dialoghi – un po’ sottotono e prevedibili, conta la resa degli interpreti, forti di un ritrovato Montanari e del rilancio in grande stile di Vinicio Marchioni, dopo un paio di episodi in ombra. Ora, tutto dovrebbe essere cambiato, e dopo quel finale, la curiosità di seguire la serie, cresce ancora di più.