La nota di regia al Romeo e Giulietta andato in scena al teatro Goldoni di Venezia fino a domenica 19 dicembre fornisce un’interpretazione dell’opera che sembra andare oltre alla rappresentazione che è andata in scena, dalla quale difficilmente si riesce a seguire il percorso compiuto dal regista per realizzarla.
Giuseppe Marini, che si confronta per la terza volta con un dramma shakesperiano, compie una profonda analisi sul rapporto che lega i due protagonisti: “libro, lettura, rima (…) insieme lavorano a un’immagine sorprendentemente sovversiva: amare vuol forse dire leggere libri, memorizzarne il contenuto e enunciarlo quando se ne dà occasione opportuna? (…) L’amore potrebbe essere una coincidenza culturale, un comportamento altamente convenzionale, un linguaggio, un codice. Ed è proprio in quel codice linguistico – frainteso – che inciampano rovinosamente i due adolescenti di Verona.”
Romeo e Giulietta allora sono due giovani amanti che hanno creduto troppo nell’Amore, si sono sbagliati, non hanno compreso che solo nella letteratura si muore per amore (e loro del resto, a quale mondo appartengono?). La storia di Romeo e Giulietta è la storia di due amanti da manuale, da Libro dell’Amore, quello che è posizionato in bella vista al centro del palco. La messinscena, come si diceva, non è univoca, non intende piegare il “mito” del dramma più conosciuto nella storia del teatro, ad un’unica chiave interpretativa, ma anzi tenta di rispettare il testo e di restituire la potenza delle scene più celebri (e ci riesce bene, con l’aiuto della musica e la lezione di Zeffirelli) non impedendo così allo spettatore di godere a pieno delle atmosfere della favola e dei perfetti equilibri con i quali essa è costruita.
E’ possibile allora apprezzarne differenti sfaccettature, osservare la tragedia veronese da nuovi punti di vista, ragionare ad esempio su come in questa storia ogni piano ordito dalla ragione sia puntualmente sconvolto, su quanto sia le leggi dello Stato, sia il volere di coloro che le rappresentano, appaiono completamente inadeguati a comprendere e contenere l’impeto della tempesta di sentimenti che scatenano i due giovani e appassionati amanti.
Senza necessariamente farsi coinvolgere da queste considerazioni figlie di un autunno fin troppo caldo e poco in linea con l’interpretazione che il regista ha fornito, sono tanti altri gli aspetti dello spettacolo che si fanno apprezzare, lo svolazzio dei mantelli di Mercuzio, Romeo e Benvolio al ballo in maschera in casa Capuleti, ad esempio, sfiora il sublime, la solennità dell’ultima celebre scena, lascia ammutoliti, quasi il finale non lo conoscessimo ancora.
Interessante è anche la scenografia che già dal prologo si mostra sepolcro e che divide il palco in due spazi, nello spazio rialzato i due amanti recitano il loro dramma, un “teatrino dell’Amore da dove i tragici protagonisti potranno recitare a se stessi e per se stessi quel copione di cui credono di essere gli autori” dice Marini; sono insomma le illustrazioni animate del Libro dell’Amore aperto davanti a loro.
Bravi Mercuzio, Romeo e Giulietta, un po’ meno qualche comprimario, ottimi invece i “burtoniani” costumi.
Romeo e Giulietta di William Shakespeare
traduzione di Massimiliano Palmese – uno spettacolo di Giuseppe Marini – costumi Mariano Tufano – scene Alessandro Chiti
con Mauro Conte, Eleonora Tata, Lucas Waldem Zanforlini
www.teatrostabileveneto.it
Durata 3 ore
www.teatrostabileveneto.it






