domenica, Giugno 7, 2026
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Sotto l’ala dell’angelo forte

Incontro con Jerzy Pilch

La mano gli trema leggermente, mentre fuma l’ennesima sigaretta. Camicia e pantaloni neri, sorride e stringe la mano al gruppuscolo di lettori e curiosi che si affolla all’interno della Birreria Peroni, storico locale al centro di Roma, dove Jerzy Pilch presenta in Italia il suo nuovo libro (Sotto l’ala dell’angelo forte, edito da Fazi, per la traduzione di Lorenzo Pompeo).

“L’atmosfera è surreale” commenta l’autore. Dopo giorni di concitate interviste e presentazioni nella capitale, siamo giunti all’ultima tappa, in una cornice che rimanda perfettamente allo spirito del libro.
Pilch è scrittore prolifico, dal 1988 ha scritto una decina di romanzi, ma il successo internazionale è arrivato con questo libro, vincitore del premio Nike, uno dei più prestigiosi premi letterari della Polonia. Sotto l’ala dell’angelo forte è la sua prima pubblicazione italiana.
“Per la centesima volta da quando sono arrivato a Roma, ripeto che sono sorpreso delle interpretazioni che gli altri danno del mio libro, ed è per questo che io preferisco non darne alcuna” dice Pilch. “Per descrivere il delirio alcolico ho dovuto abbandonare l’idea originaria del manoscritto. Inizialmente il protagonista doveva essere un barman sobrio, poi ho capito che tutto questo non sarebbe stato credibile”.
Qualcuno gli chiede cosa ne pensa di Karol Woytijla. Imbarazzato, preferisce sviare, ritenendosi “incapace” di affrontare su due piedi un tema così complesso.

Ma questo non è solo un libro sull’alcool, ci tiene a precisare. E sorride, affermando che molti lo ritengono un esperto in queste tematiche e che, invece, lui vuole considerarsi solo un esperto di letteratura. “Credo di appartenere a quel gruppo di scrittori che in qualche modo sono scrittori di un unico libro. Di quelli, che bene o male, sono affezionati sempre agli stessi temi. Nei miei libri ritornano spesso i ricordi di infanzia, la mia situazione familiare, il mio paesino natale. E il rapporto con la religione”. Quando gli chiediamo quali scrittori lo hanno influenzato ci tiene a precisare che ama i buoni libri e, soprattutto, la letteratura russa dell’ottocento.

Cita Kundera, quando afferma di considerarsi meno intelligente dei libri che scrive ma, chi lo conosce bene, giura il contrario. Lo lasciamo che si allontana con una sciarpetta della Roma appesa al collo, regalo del suo traduttore italiano e di coloro che hanno collaborato alle sue scorribande romane. Gli chiediamo un ultimo commento su una frase che campeggia a chiare lettere sulla sua testa: chi beve birra vive cent’anni. “Temo che non sia vero, altrimenti ci sarebbero in giro più centenari di quelli che invece vediamo. Ecco, se il Papa avesse bevuto birra, sarebbe ancora vivo.”
E questo vale più di mille discorsi complessi ed intricati.