Un road-movie che ha come protagonisti due persone che non si conoscono ma con qualcosa di forte in comune. A Berlino 55 nella sezione Panorama.
L’accoglienza da parte della stampa e del pubblico alla proiezione di Transamerica alla cinquantacinquesima edizione del festival di Berlino è decisamente positiva. Le ragioni di questo immediato “innamoramento” nei confronti del film non risiedono tanto nella sceneggiatura quanto nella bravura degli attori e nella loro capacità di rendere credibile un incontro “improbabile” già portato altre volte sul grande schermo.
Una donna transessuale conservatrice viene a scoprire che quando era un uomo, ha generato un figlio ed il ragazzo ora è un teenager irrequieto dal temperamento instabile che vagabonda per le strade di New York e sogna di venire a contatto con il padre che non ha conosciuto mai. Uno degli aggettivi forse più utilizzato e illuminante nella pellicola è proprio stable, equilibrato emotivamente. E’ importante dire subito come questo stato d’animo non viene vissuto dai due personaggi principali come una meta da raggiungere. Uno scopo esistenziale. Sta ad indicare, invece, la consapevolezza di qualcosa che è talmente difficile da raggiungere da non rappresentare un ostacolo. Il cosiddetto “equilibrio emotivo” non vuole essere raggiunto. Viene, in qualche modo, sublimato. Tutto ciò che moralmente viene connotato come negativo acquista un’aria neutra, non pericolosa. Impresa non semplice questa.
Nonostante sia un road-movie e molte scene siano giocate sugli spostamenti in macchina dei due protagonisti, la pellicola rimane un melodramma domestico. I nodi tragici dell’intreccio partono da quella dimensione che comunemente viene denominata “provincia americana”. Semplificando, possiamo dire che le caratteristiche che riguardano la provincia sono essenzialmente trasversali ma in Transamerica il regista Tucker è abile nello scovare i terremoti familiari delle piccole comunità americane rimanendo, sempre, su un livello puramente descrittivo. Questo ci permette di fare, in maniera forse più lucida, le nostre deduzioni e costruirci liberamente un nostro pensiero.
L’incontro tra il transessuale e la propria famiglia oltre ad essere estremamente spassoso rimane il punto di forza del film. Eccezionale l’interpretazione di Fionnula Flanagan (The Others) che veste i panni di una madre ipocrita, piena di pregiudizi e particolarmente attenta a piccole cose come le porcellane di casa o il fiocco decorativo del cagnolino. E’ in questa seconda parte che la pellicola acquista un colore più vivo ed acceso rispetto alla prima in cui ritroviamo stereotipi e cliché orami superati. C’è uno spostamento stilistico dovuto probabilmente ad una spaccatura psicologica del transessuale che vive il passaggio da un genere sessuale all’altro come il giorno e la notte.
Il film rimane, comunque, un’opera interessante, divertente e difficilmente catalogabile.
Matteo Signa
Regia: Duncan Tucker
Attori: Felicity Huffman (Bree)
Kevin Zegers (Toby)
Fionnula Flanagan (Elizabeth)
Elizabeth Pena (Margaret)
Graham Greene (Ii) (Calvin)
Burt Young (Murray)
Carrie Preston (Sydney)
Venita Evans (Arletty)
Jon Budinoff (Alex)
Danny Burstein (Dr. Spikowsky)
Bianca Leigh (Mary Ellen)
Raynor Scheine (Bobby Jensen)Soggetto: Duncan Tucker
Sceneggiatura: Duncan Tucker
Fotografia: Stephen Kazmierski
Musiche: David Mansfield
Montaggio: Pam Wise
Costumi: Danny Glicker
Scenografia: Mark White
Prodotto da: Belladonna Productions Llc







