giovedì, Luglio 30, 2026
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“VITA MIA” di Emma Dante

La Sicilia e la Morte intonano un inno alla Vita

Legato inscindibilmente alle opere precedenti di Emma Dante, “Vita mia”, presentato al RomaEuropa Festival 2004, forma, insieme a ‘mPalermu e Carnezzeria, una sorta di simbolica trilogia siciliana. Ancora una volta il rapporto controverso che la regista palermitana ha con la sua terra d’origine viene esplorato, analizzato e quasi sublimato in una catarsi corale, che, passando attraverso l’esperienza della morte, inneggia prepotentemente alla vita. E così il dolore di uno diventa dolore di tutti, il dramma di una madre si fa dramma di un popolo.

Si entra in sala e non c’è sipario: il pubblico irrompe direttamente in scena. Prende posto e capisce che sta invadendo un’intimità familiare; il dialetto palermitano lo catapulta in una casa siciliana, ma resta sospeso in un tempo imprecisato e in un luogo tutto sommato anonimo. Lo scenario è nudo, volutamente spoglio. C’è una madre, di spalle, che inizia a parlare e si presenta; i suoi tre figli, Gaspare, Uccio e Chicco, e un letto, che si rivelerà elemento centrale della rappresentazione, non solo scenica. E’ come se, in qualche modo, tutto ruotasse metaforicamente intorno ad esso, non solo gli attori, i loro dialoghi e le loro danze, ma la vita stessa. Rappresenta un luogo di pace, di socialità, di sacralità, ma pure, nelle parole della stessa Dante nel programma di sala, “un termine” e “un riparo” e perfino una “nave di pietra in mezzo al mare che ci risucchia e sparisce”.

Simboli e topoi del Sud ornano una situazione di degrado che traspare sin dai primi momenti: una madre vestita di nero, forse vedova, che avrebbe preferito una figlia femmina più remissiva, è angustiata da un futuro che si annuncia incerto, si dimostra morbosa nei sentimenti e addirittura eccessiva nell’esprimerli. Chiama i suoi ragazzi “sancu mio, vita mia” con insistente ripetitività.
Nel lungo monologo iniziale, solo di rado interrotto dalle battute infantili dei figli, insegna loro, tra accenti polemici e riflessioni ironiche, ad accontentarsi perché la vita passa e fugge via. Proprio mentre li educa ad amare la vita, però, comincia ad allestire uno straziante rito funebre, a fatica e lentamente, quasi a voler allontanare il più possibile il momento del distacco. Chi dei tre morirà? Il prescelto è proprio il più giovane, il più promettente, colui che sin dall’inizio della rappresentazione sembra anche il più vitale, mentre corre vorticosamente con la sua bicicletta intorno al letto (metafora di un’ansia di vita?). Chicco, dopo essere stato vestito di bianco, si stende sul letto: è morto. In preda a degli spasmi, comincia a saltare e a rimbalzare sul materasso, mentre i fratelli e la madre ballano e corrono intorno a lui a ritmo convulso di Sirtaki. Sembra una resurrezione ma, quando la musica finisce, il corpo torna immobile. La ruota della bicicletta però non smette di girare…

Ersilia Lombardo dà vita ad una Madre dolce e triste al tempo stesso, capace di comunicare sentimenti e dolore grazie anche ad una fisicità molto espressiva; i figli, invece, chiusi nella loro immaturità, paiono non rendersi conto della tragedia incombente né patire la sofferenza della perdita. Lo spettacolo, che dura poco meno di un’ora, risulta emotivamente molto coinvolgente: non solo per l’intensa recitazione dei giovani attori, che attraverso una lingua arcaica, silenzi, esplosioni di corporeità e sguardi, spesso rivolti al pubblico, riescono a creare momenti di grande pathos, ma anche per l’uso sapiente di luci, di ombre e di riferimenti culturali antichissimi e (per questo) eterni.

VITA MIA
di Emma Dante

con Ersilia Lombardo, Enzo Di Michele, Giacomo Guarnieri, Alessio Piazza
regia di Emma Dante
luci di Christian Zuccaro
in scena al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli dal 7 al 12 febbraio 2006 www.nuovoteatronuovo.it