Atteso ritorno al lungometraggio della maestra americana del thriller d’azione, A House of Dynamite di Kathryn Bigelow rientra appieno nel canone del genere che ha reso celebre l’autrice, riportando l’orologio indietro al cinema degli anni Ottanta e allo spettro dell’annientamento atomico da Guerra Fredda mai veramente esorcizzato. Il monito che vorrebbe lanciare è però stanco e privo di un vero bersaglio polemico, al punto che, a parte il cardiopalma, a fine visione rimane ben poco. In Concorso.
Sembra una giornata come tante nella Situation Room della Casa Bianca, guidata dalla comandante Rebecca Ferguson (Olivia Walker) con l’aiuto del suo staff di esperti di strategia e geopolitica. Eppure, neanche il tempo di sorbire il primo caffè del mattino che subito viene rilevato il lancio di un ordigno – con ogni probabilità nucleare – in rotta verso Chicago. Nella ventina di minuti che separano gli Stati Uniti dall’impatto, Rebecca metterà in moto l’intero apparato di difesa nazionale, nella speranza di identificare il Paese responsabile dell’attacco e permettere al presidente (Idris Elba) di prendere una decisione quanto più informata.

Da ultimo confrontatasi in Detroit (2017) con i sanguinosi fatti che condussero alle rivolte urbane del 1967, non mancando di mettere in luce gli abusi dei tutori dell’ordine, Bigelow è apprezzata in patria non solo in quanto esperta conoscitrice della macchina della tensione, ma anche alla luce della perseveranza con cui, per mezzo dei suoi film, ha contribuito a costruire il mito dello empire of democracy a partire dagli avvenimenti più recenti – nonché traumatici – della storia degli Stati Uniti.
Ciò detto, per quanto si possa rilevare una vena di sciovinismo nella descrizione della formidabile macchina bellica statunitense – più funzionale al genere cinematografico di afferenza che non a una precisa volontà politica, bisogna precisare –, Bigelow non si è mai sottratta dall’esibire la fallibilità degli uomini dietro le istituzioni e le conseguenze delle azioni di “difesa” in senso lato intraprese dal suo governo, che si trattasse dell’Iraq – come in The Hurt Locker (2008), presentato in anteprima internazionale proprio a Venezia – o dell’operazione speciale per eliminare il capo di Al Qaeda – ripercorsa in Zero Dark Thirty (2012).
Eppure, è proprio questo ultimo aspetto che pare mancare in A House of Dynamite, dove la teoria di funzionari ed esperti, chiamati a intervenire nel momento in cui la tecnologia – i missili orbitali di intercettazione – viene meno, è assolta in virtù della fondamentale umanità dei suoi membri, da cui discenderebbe l’incapacità di prendere posizione su una questione sì moralmente disumana – d’altronde, hanno pur moglie e figli, come si evince dai brevi inserti che ne documentano la vita al di fuori del lavoro.

House of Dynamite si riduce perciò a una stanca parabola antiatomica dove la sovrastruttura non viene mai messa sotto accusa, un po’ cerchiobottista – alla fine, è colpa anche delle potenze straniere che non possono dare garanzie in merito a potenziali controffensive – e troppo corale, al punto che certi personaggi – l’agente afroamericana della FEMA che viene fatta evacuare a bordo di un autobus – si perdono pure per strada, senza arrivare a confluire nella trama principale.
È altrettanto vero che House of Dynamite svolge comunque alla perfezione la sua missione principale, ovvero quella di mantenere lo spettatore con il fiato sospeso fino all’ultimo secondo, affidando al montaggio – la mdp è insolitamente meno mobile, soprattutto considerando le memorabili sequenze con bodycam delle precedenti pellicole di ambientazione militare – il compito di rendere interminabili quei fatidici venti minuti all’impatto, senza con ciò dover mostrare nemmeno una volta la testata in volo.
Thriller piacevolmente militaresco e a tratti anche informativo, considerando il modo in cui, senza appesantire di spiegazioni un film già abbastanza parlato, i vari comparti dell’intelligence e dell’esercito vengono risistemati per lo spettatore in una chiara gerarchia, A House of Dynamite resta un progetto dalle grandi potenzialità non pienamente riuscito. Se sia da attribuire a una volontà autoriale di Bigelow, o piuttosto alla tendenza all’autocensura invalsa nell’industria culturale americana – Netflix, che qui figura come distributore, ne è un chiaro esempio – è difficile stabilirlo.










