Tina, giovane georgiana con una burrascosa esperienza familiare alle spalle, si trasferisce a Tbilisi per iniziare una nuova vita con il suo ragazzo. Le cose però non andranno come previsto, dando il via a un percorso di ricerca del sé ora doloroso, ora esaltante, in cui un ruolo centrale sarà giocato dall’inaspettato legame di amicizia che si andrà a creare con l’esuberante coinquilina Megi.

Negli ultimi anni vengono raccontate sempre più frequentemente sullo schermo le storie di energici personaggi femminili provenienti da paesi dell’Europa orientale (Balcani in primis) che, in un’età decisiva per lo sviluppo delle proprie esistenze future (di solito ci aggiriamo attorno ai 20 anni), cercano di affrancarsi dagli ultimi residui del retaggio patriarcale e tradizionalista ancora presente nelle loro terre d’origine e di aprirsi finalmente a una vita fatta di scelte consapevoli e autonome. Tra gli esempi più recenti vengono in mente film kosovari o macedoni come The Hill Where Lionesses Roar (2021), oppure Looking for Venera (2021).

A room of my own (il titolo è un esplicito omaggio all’omonimo testo di Virginia Woolf), in concorso quest’anno nella sezione principale del Festival di Karlovy Vary, si inserisce senz’altro in questo solco, ma da una prospettiva ancor più “orientale”, ovvero caucasica. Siamo infatti in quella Georgia che, similmente alle protagoniste del film, nel XXI secolo, e con una netta accelerata in seguito alla Rivoluzione delle Rose del 2003, cerca di affrancarsi dalla pesante eredità di un passato (quello sovietico) e da un’influenza esterna (quella della vicina Russia), arrivando a presentare la propria candidatura a membro dell’Unione Europea in modo da imprimere una svolta decisiva alla propria identità e al proprio posto nel mondo. Certo, in A room of my own il contesto (geo)politico si limita a poche foto e video di manifestazioni (filoeuropee, anticorruzione o contro l’occupazione russa di parte del paese, non ci è dato saperlo) scrollate rapidamente dalla protagonista sul suo smartphone, ma le due vivaci coinquiline che condividono un appartamento non troppo confortevole, potremmo dire “da studenti”, in un quartiere popolare di Tbilisi, nelle intenzioni del regista sono senz’altro uno specchio degli umori delle nuove generazioni georgiane, nate proprio alla vigilia della Rivoluzione delle Rose in un paese ancora relativamente povero e sospeso tra passato e presente. 

Perché a Tbilisi, negli anni ’20 del XXI secolo, puoi essere ancora ripudiata dalla tua famiglia se tradisci il marito violento che ti ha fatto lasciare l’università per sposarlo e incontrare quindi delle difficoltà se tenti di rifarti una vita con qualcuno che fa parte della comunità; allo stesso tempo, puoi parlare perfettamente inglese e lavorare da casa per il call center di Amazon, facendo esperienza delle potenzialità (e delle pratiche di sfruttamento) del mondo globalizzato. Nel mezzo, i disagi portati dal Covid-19, particolarmente sentiti nei paesi in via di sviluppo come quelli caucasici (il film è chiaramente ambientato nel 2020-2021, all’altezza di una delle tante “ondate” della pandemia), serate ad alto tasso alcolico con musica techno compatibilmente con il coprifuoco, chiacchierate e scherzi tra coinquilini attorno a un tavolo, sogni di emigrare fisicamente in luoghi meno periferici, dove le cose succedono davvero.

Il secondo lungometraggio di Ioseb Bliadze è del tutto privo dell’elemento onirico e visionario che spesso connota il cinema georgiano classico e contemporaneo, e in questo il regista rimane coerente con la prospettiva adottata già nel suo film di debutto Otar’s Death, proiettato lo scorso anno sempre a Karlovy Vary nella sezione (ora non più presente) “East of the West”. Così come Otar’s Death era il racconto realistico, seppur a tinte tragicomiche, dei conflitti e delle disparità della società georgiana, A room of my own è il ritratto fedele di una generazione di georgiani ventenni alla ricerca della loro strada, in patria come all’estero, assolutamente simili ai loro coetanei europei se non fosse per le tipiche terrazze di Tbilisi che fanno capolino nel film e per le norme ormai arcaiche cui deve in parte sottostare la protagonista (e in fondo, purtroppo, anche la violenza domestica trascende ampiemente i confini della Georgia…).

Ciononostante, o forse proprio per questo, la sensazione mentre si guarda il film è di non trovarsi davanti a niente di troppo originale: da questo punto di vista, l’intreccio di Otar’s Death, con la sua trafila di incidenti, omicidi colposi, corruzione e richiesta di soldi tra città e campagna georgiana, era decisamente più intrigante. A room of my own, man mano che si procede con la visione, si rivela sempre più simile a tanti “film di formazione” incentrati su figure femminili decise a ricavarsi, non importa a quale latitudine, un proprio spazio e un proprio futuro (“una stanza tutta per sé”, appunto: quella necessaria, secondo Virginia Woolf, perché una donna potesse dedicarsi alla scrittura) e ad emanciparsi dall’ingombrante e ormai anacronistica autorità delle figure maschili. A questo punto, la timida e insicura Tina e l’energica e sensuale Megi (che, anche grazie a un prevedibile risvolto saffico della trama, giocherà un ruolo centrale nel processo di maturazione di Tina), con la loro “sorellanza” sempre più affiatata, vanno volenti o nolenti a combaciare con sagome preconfezionate di “tipi” femminili piuttosto usuali in qualsiasi film o serie per un pubblico giovanile. Questo senza nulla togliere all’indubbia ed efficace chimica tra le attrici Taki Mumladze (anche co-autrice della sceneggiatura) e Mariam Khundadze (davvero carismatica e affascinante).

Un film, dunque, fresco e piacevole da vedere fino all’happy end che chiude una canonica composizione ad anello e lascia presagire una nuova e raggiante pagina nella vita della protagonista, ormai consapevole dei propri desideri e dei propri bisogni e in compagnia di un’altra coinquilina nell’appartamento che ormai è diventato “casa sua” dentro e fuor di metafora. Ma niente di più.