Se da un lato fa piacere vedere giovani registi appena o neppure trentenni nella rassegna della Settimana della Critica, sezione che raccoglie opere prime da tutto il mondo, è anche curioso quando a cimentarsi per la prima volta con un lungometraggio è un non più giovanissimo che decide di firmare il suo primo film dopo una carriera in altri  nelcinema. É il caso del produttore cinematografico tedesco Andreas Goldstein, che con Adam und Evelyn (tratto dall’omonimo romanzo di Ingo Schulze) segna il suo esordio alla regia di un lungometraggio ben oltre i quarant’anni.
A fare da sfondo Adam und Evelyn sono la Germania Est, l’Austria e l’Ungheria di un anno molto particolare: è l’estate del 1989, da tre mesi è stata rimossa la barriera tra Austra e Ungheria e tra altri tre cadrà il muro di Berlino. In questa situazione di totale novità, la cameriera Evelyn coglierà l’occasione per piantare il suo innamoratissimo ma fedifrago fidanzato, il sarto Adam, e concedersi una vacanza sul lago di Balaton. Quando Adam raggiungerà la fidanzata in Ungheria, i due cominceranno a confrontarsi sul futuro della loro relazionie, tra la tentazione di concedersi ad altri o ad altre pretendenti e quella di mollare tutto e andare altrove, ora che è così facile. Adam und Evelyn diventa così un originale discorso sulla libertà, un racconto in cui due moderni Adamo ed Eva si misurano con libertà nuove e per loro inesplorate, da quella di muoversi da un paese all’altro a quella di iniziare e terminare una relazione, circondati ovviamente da tutti i frutti proibiti del caso.
Nel loro breve tour da un confine all’altro hanno modo di vedere stili di vita diversi da quello tranquillo, monotono e rigido che hanno conosciuto nella DDR, il chè è tanto una piacevole novità quanto un motivo di ulteriore confusione in una coppia che si trova nel bel mezzo di una crisi. Goldstein è attento a mescolare momenti più e meno leggeri in un film che di drammatico non ha nulla ma che sarebbe azzardato definire commedia, facendo prevalere scene che parlano da sole (una su tutte quella in cui Adam passa il confine in auto con una ragazza e una tartaruga nascoste nel bagliaio) ai dialoghi. Con un film sempilce, breve ma ben fatto, Goldstein regala alla 33ma Settimana Internazionale della Critica il lungometraggio più solido presentato fin’ora nella rassegna.