La peggior bestia è sempre quella umana, con le sue ipocrisie, i suoi conformismi, le sue brutalità, le libidini taciute o represse. Più l’umano privilegia l’avere rispetto all’essere e alla natura, maggiore è la violenza con la quale la bestialità esplode.
Tre coppie, tre generazioni: due adolescenti fratello e sorella, Consuelo (Consuelo Carreño) e Máximo (Andrew Bargsted); i loro genitori Alejandro (Gastón Salgado) e Ana (Millaray Lobos); i facoltosi nonni materni Dolores (Paulina Garcia, Una donna fantastica e Orso d’argento alla Berlinale 2013 come migliore attrice in Gloria di Sebastián Lelio ) e Antonio (Alfredo Castro), si recano per un fine settimana a Chaullin, una meravigliosa isola situata nel sud del Cile, disabitata da decenni.
Il viaggio è organizzato da Alejandro e Ana per cercare di convincere i genitori di quest’ultima a finanziare il restauro della sontuosa ma fatiscente magione che i due hanno intenzione di trasformare in hotel di lusso. Isolato dal mondo, il luogo, a loro dire, sarebbe perfetto per i vip che cercano relax nella natura allo stato originale.
Costretti a restare oltre il tempo previsto in quella natura lussureggiante, tra i sei personaggi, ben lungi dall’essere rilassati, (anzi sette, considerando anche Nicolás – Nicolás Zárate – l’umile custode) si scatenano tensioni, si riaprono vecchi rancori e si rinnovano pulsioni sfrenate, che non risparmiano nessuno. Eppure che non si può, o non si vuole, parlare di questi fatti, non si deve chiarire, tantomeno fare giustizia.
Certo che per Consuelo, ormai più che bambina, non basta un lungo bagno nella fredda acqua dell’Oceano, novella Ofelia, per purificarsi della violenza subita. E non quella violenza sospettata ma forse mai agita da parte del modesto Nicolás, bensì una violenza più perfida perché mascherata da amore e protettività. E i genitori stanno a guardare, ognuno incapace per diversi motivi di opporsi: la madre è una debole dalla faccia lombrosianamente imbecille, il padre è schiacciato e umiliato dai ricchi e strafottenti suoceri.
Il film rappresenta con orrore la violenza e l’incesto come punta dell’iceberg, in una grande metafora del mondo e della vita (certo anche della politica cilena di oggi) con la sua innata e inestirpabile ingiustizia e brutalità.
“Il film è stato girato in dieci giorni – spiega il regista – ma ci siamo documentati a lungo sul tema della violenza: qui la forza della scena è il testo”, nella sua mostruosa ambiguità.
Con questo suo secondo lungometraggio, il trentottenne regista cileno Jorge Riquelme Serrano ha già vinto tre dei quattro premi in gara a Films in Progress 2019 di Toulouse e San Sebastián ed è ora in concorso al Torino Film Festival 2019. Un film che ha il non comune pregio di essere indipendente e realizzato senza supporto di fondi nazionali.






