Viene dalla Tunisia il film di chiusura di questa 33ma Settimana Internazionale della Critica, ma chi andando per luoghi comuni si aspetta l’ennesimo docufilm sulla primavera araba potrebbe restare sorpreso (o deluso, dipende dai gusti): Dachra infatti, questo il nome del primo lungometraggio di Abdelhamid Bouchnak, è un horror che ha poco da invidiare alle decine di americanate da un’ora e venti a base di suore maledette e bidelli dannati che affollano le nostre sale ogni anno. Senza cadere nell’ormai ritrito espediente del mocumentary, Dachra ha come protagonisti tre personaggi armati di telecamera, ovvero la studentessa di giornalismo Yasmin e sue due compagni di corso, impegnati nel realizzare un reportage video come progetto di fine anno. Sotto suggerimento di uno deidue ragazzi, i tre aspiranti videomaker decidono di realizzare un documentario su un mistero irrisolto della loro zona, il misterioso ritrovamento di una ragazza mutilata avvenuto venticinque anni prima. Yasmine, che intanto comincia ad essere perseguitata da strane visioni e e terrificanti incubi, comincia quindi una ricerca che porterà lei e i suoi amici nel semideserto e inquietantissimo villaggio di Dachra, dove una serie di personaggi al limite del sinistro si riveleranno come portatori di un segreto disturbante. Anche solo a leggere una snossi del genere si capisce come Dachra, primo horror tunisino della storia, non stonerebbe affatto affianco ai vari Ouija, Babadook, The Possession e compagnia cantate, e anzi a differenza delle pellicole citate e delle loro centinaia di sosia questo piccolo capolavoro sembra strizare molto di più l’occhio a una capisaldi del genere e alle sue correnti più classiche, dagli slashers di Wes Craven a tutta la scuola zombie di Argento e Romero, con alcune scene che senza parlare esplicitamente di zombie rievocano nella suspence e negli espedienti usati sia i film sui non mordi che quei film di argento che scommettono tutto su suspence e sangue di cui tanto si è parlato in questi giorni dopo il remake di Suspiria. Il giovane regista mette assieme un film fatto a regola d’arte prendendo tutti gli accorgimenti da prendere per fare un horror che è qualcosa di più di un horror da manuale: Bouchnak riesce infatti ad aggiungere a questa buona base data da re e ore (almeno immaginiamo noi) di visione dei capisaldi del genere qualcosa di suo, inserendo in modo non scontato una serie di riferimenti alla cultura del suo paese, con fenomeni sinistri che avvengono nel bel mezzo di un rito di sepoltura e preghiere che respingono i demoniaci abitanti di Dachra, in un momento che va oltre alla solita triste parodia dell’inimitabile Max Von Sydow che vediamo da praticamente quarant’anni in un film dell’orrore su due. Per questi motivi e per le attenzioni che la SIC è riuscita a richiamare in questi anni, ci auguriamo di vedere questo film distribuito in sala in Italia, dove di certo non sfigurerebbe.