Nel programma del concorso principale di Karlovy Vary 2024 sono stati selezionati due film che, pur provenendo da latitudini molto distanti, sono incentrati su personaggi femminili di cui non possono sfuggire le affinità: entrambe le donne sono over 40 e vicine alla famigerata mezza età; entrambe sono impegnate a cercare di salvare un matrimonio (che si rivela essere il secondo – in un caso dell’eroina, nell’altro del marito) arenato in un’impasse anche e soprattutto a causa loro; entrambe, di conseguenza, si ritrovano ben presto invischiate in una crisi personale e nella sua elaborazione, in un accidentato percorso di auto-conoscenza seguito a distanza ravvicinata da una macchina da presa che osserva ogni azione, gesto o espressione facciale delle protagoniste, senza dar loro tregua dalla prima all’ultima scena del film.

Nel caso di Loveable, ispirato alla vicenda personale della regista (classe 1976), siamo in Norvegia e ci viene raccontata la storia di Maria: sette anni dopo aver intrecciato una relazione travolgente che l’ha aiutata a superare il trauma di una separazione, è sommersa dalle incombenze pratiche e dalla cura dei quattro figli avuti dai suoi due partner. Anche se il secondo compagno è un padre affettuoso e attento, al di là delle sue assenze dovute al lavoro, Maria ha la sensazione di non tenere più le redini della sua vita: è depressa e frustrata, il che porta a frequenti conflitti in una coppia dove, va da sé, la passione degli esordi è ormai scemata. Il “periodo di pausa” che il compagno le chiede di trascorrere separati sarà l’occasione per riflettere da sola (e con l’aiuto di una psicoterapeuta) su sé stessa e sulle proprie responsabilità, in modo, forse, da ricominciare su nuove basi, o perlomeno da affrontare un eventuale secondo divorzio in modo sano e costruttivo. Per il film, questo incipit poteva invece essere un’occasione per illustrare, in un’ottica spiccatamente “di genere”, la difficile ma indispensabile (ri)scoperta del proprio vero sé da conoscere e tutelare, oltre che le peculiarità della gestione delle numerose “famiglie patchwork” che rappresentano, ad oggi, il modello più diffuso di legami parentali tra la generazione X e i millennials europei.

Nonostante Loveable si sia aggiudicato una pioggia di premi alla fine del festival (Ecumenical Jury Award, European Cinemas Label Award, FIPRESCI Award, Premio Speciale della Giuria, Miglior attrice per Helga Guren), però, il risultato è inferiore alle aspettative e si riduce spesso a lunghi e snervanti dialoghi alle sedute di terapia di coppia, crisi isteriche, momenti di incomunicabilità spiccia che si stemperano, in prossimità del finale, in una serie di affermazioni davanti allo specchio degne di un training motivazionale (il termine vezzeggiativo del titolo originale viene infatti rivolto da Maria alla propria immagine riflessa) e nella presa di coscienza di quanto sia importante, in una coppia, parlare apertamente dei propri bisogni senza dare nulla per scontato (anche questo parte dell’ABC del life coaching). Soprattutto, al di là dell’encomiabile performance di Helga Guren, la protagonista è francamente irritante e risulta arduo solidarizzare con lei, soprattutto quando la vediamo di fianco a un compagno che appare (perlomeno a un occhio esterno) quanto mai solare, paziente e affettuoso. D’altronde, sono la carenza di autostima di Maria e il suo senso di inadeguatezza a portarla a provare astio nei confronti altrui senza riuscire a incanalare la propria rabbia in un impulso proattivo, ma anzi rinfocolando il desiderio tossico di farli sentire a loro volta inadeguati e in colpa. Anche queste interessanti sfumature psicologiche, però, vengono lasciate perlopiù in superficie, senza che vi sia una vera introspezione, né una chiara indagine delle loro radici (il dialogo estemporaneo tra Maria e sua madre, anche lei a suo tempo divorziata, non contribuisce più di tanto ad approfondire il discorso).

Si scava invece più in profondità nel giapponese Rude to Love, tratto da un romanzo di Shuichi Yoshida, la cui protagonista è anch’essa nella delicata fase di transizione tra i 40 e i 50 (i riferimenti all’imminente menopausa non sono casuali) ma, differentemente dalla sua coetanea norvegese, fa la casalinga e si dedica anima e corpo al marito, alla suocera, a una casa che ha in programma di restaurare, oltre che a una cura quasi maniacale del proprio aspetto fisico e del proprio abbigliamento: la sua devozione va però a braccetto con una certa cecità nei confronti dei molteplici segnali che preludono allo sgretolarsi del suo universo domestico, il più emblematico dei quali è il misterioso rogo della spazzatura che, ogni giorno, la protagonista porta diligentemente fuori casa. E anche le scorie, non meno tossiche – e sicuramente non rimuovibili con i saponi artigianali profumati che, con il suo consueto zelo, Momoko produce e insegna part-time a produrre a dei corsi –, del matrimonio tra Momoko e suo marito non tarderanno a debordare, portando a galla, in una crescente tensione degna di un thriller psicologico, i prodromi di un rapporto iniziato male e foriero di futuri pattern negativi da cui è ben difficile affrancarsi.

Momoko si ritrova così a tu per tu con gli errori e i traumi passati, che forse potranno essere elaborati solo attraverso una cesura netta e radicale. Come nel caso di Loveable, il divorzio può essere un’occasione per crescere e ripensare totalmente il proprio sé: in questo contesto, dove i lunghi silenzi e gli elementi simbolici, come vuole la tradizione del cinema nipponico, valgono più di tante parole, sono delle metafore facilmente riconoscibili la ricerca, nei meandri sotto il pavimento di casa, di tracce delle dolorose esperienze vissute; oppure la motosega usata per tagliare una delle colonne portanti del soggiorno della casa di famiglia, dove la statura del marito di Momoko veniva misurata quando lui era bambino. A restare, una volta fatta tabula rasa, sono un desiderio mai appagato di amore e passione (ben suggerito dal motivetto della romanza di Erik Satie Je te veux, che Momoko canticchia più volte nel corso del film, con noncuranza durante le faccende di casa, con accorata disperazione nel climax finale) e un istinto mai sopito di maternità, che emergono con intensità grazie allo sguardo fine e sensibile con cui il regista quarantenne Jukihiro Morigaki osserva, perlopiù seguendola alle spalle in una serie di lunghi piani sequenza, la nota attrice giapponese Noriko Eguchi, che regala qui un’ottima interpretazione.