Da ormia quasi trent’anni il Locarno Festival vanta una sezione, la Semaine de la Critique, interamente dedicata al documentario in tutte le sue forme, da quello di denuncia sociale al naturalistico, dal biografico all’inchiesta. Sebbene in questa 29ma edizione fossero presenti documentari da tutto il mondo, uno dei film più attesi è firmato proprio da una regista svizzera, la zurighese Barbara Miller, che con il suo #Female Pleasure, presentato questa mattina davanti a un pubblico di quasi 900 persone, ha voluto raccontare la sessualità femminile e il suo status di tabù in diverse culture del mondo, lontane e diverse. L’argomento che dà il titolo al film fa da filo conduttore tra cinque storie di donne diverse e lontane tra loro, ognuna segnata da un rapporto difficile con la realtà che le circondava rispetto alla sfera sessuale.

Si va dall’attivista contro la mutilazione genitale femminile Leyla Hussain, che spiega i rischi di una pratica simile sia al pubblico di una Ted Conference che agli abitanti di un villaggio masai, all’artista giapponese Rokudeshiko, finita al centro di un caso mediatico e giudiziario per la sua scelta di utilizzare un calco della propria vagina nella maggior parte delle sue opere. Le altre protagoniste del racconto a 360 gradi della Miller sono un ex-suora vittima di abusi sessuali, la fondatrice del portale online di sensibilizzazione alla sessualità Love Matters Vithika Yadav e l’autrice del libro-denuncia Unorthodox, sulle controversie della vita nelle comunità ebraiche assidiche, Deborah Feldman. Le storie raccolte dalla regista svizzera, come avrete capito, sono accomunate da un solo elemento: lo scontro tra le loro protagoniste e le società che le circondano, rispetto a temi che riguardano in modi diversi la sessualità. Un criterio così ampio di selezione degli episodi raccontati nel documentario permette da un lato di esplorare il tema in tutti i suoi risvolti, ma dall’altro rischia di essere eccessivamente dispersivo, mettendo assieme storie troppo diverse che, in certi casi, appartengono a temi diversi da quelli di cui sopra. Anche alcune scelte di montaggio e regia contribuiscono a questa sensazione di generale confusione, ad esempio la scelta di raccontare le storie incastrandole tra di loro, come se di volta e in volta si volesse raccontare un aspetto diverso del tema attraverso i cinque racconti, cosa che nei fatti non avviene.
Se l’intento era quello di raccontare l’ipocrisia della società (o delle società, dato che un lato positivo di #Female Pleasure è proprio quello di esplorare cinque realtà distanti anni luce l’una dall’altra) rispetto alla sessualità femminile, l’intento non solo è nobile ma è in parte anche stato raggiunto, dato che lo spettatore esce dalla sala con informazioni in più su realtà di cui non si parla mai a sufficienza, ma il documentario risente della mancanza di una vera e propria coesione tra le parti. Anche quel #pleasure del titolo, con tanto di ashtag, sembra suggerire un focus del progetto sul tema del piacere femminile, effettivamente un argomento su cui libri, film e altri prodotti culturali che parlano di sessualità il più delle volte glissano, mentre il tema viene solamente accennato.