“Se lavoriamo assieme possiamo rendere Dio perfetto” afferma fieramente un genetista cinese.

Isola della Nuova Siberia, Mare Glaciale Artico. Atmosfere meste e desolate alla Dersu Uzala avvolgono i protagonisti di una nuova “febbre dell’oro”, quella per l’avorio delle zanne di mammut, estintisi migliaia di anni fa. Mentre nel capolavoro di Chaplin i giacimenti sono sepolti sotto la neve ma portano i buffi esploratori ad una ricchezza esagerata, in Genesis 2.0 l’avorio è infossato nel permafrost e non porta gli illusi e macilenti “cacciatori” che alla svendita dei reperti ai mercati neri orientali.

Queste immagini si conciliano con quelle di contenuto bio-etico all’interno dell’opera. Nell’isola, infatti, viene rinvenuta la carcassa di un mammut congelato nel permafrost. Gli scienziati riescono cogliere tracce di sangue e tessuto molecolare che potrebbero permettere la clonazione. È realizzabile il miraggio di Jurassic Park?

Il discorso non è mai mistificatorio. Si mette in scena in tutta la loro complessità le questioni che si vogliono condannare. Allo stesso tempo però gli autori sembrano empatizzare nei confronti di quei genetisti amorali (come George Church e Hwang Woo-suk) che, assottigliando le differenze tra biologia di sintesi ed eugenetica, trasgrediscono al conformismo. Le contraddizioni del mondo scientifico si comprovano quando dopo l’estirpazione del mammut dal sito di ritrovamento, i ricercatori imbastiscono un rituale primitivo allo scopo di acquietare lo spirito della bestia così come reclamava il folclore siberiano.

I coregisti, il candidato agli Oscar per War Photographer Christian Frei e l’esordiente cinematographer russo Maxim Aburgaev (vincitore della miglior fotografia trai “World cinema documentaries” al Sundance 2018), tra inchieste e sguardi sulla realtà creano un documento intelligente e dal sapore distopico. Dove si tratteggia l’Apocalisse i genetisti vedono la Genesi 2.0. Dove i cacciatori d’avorio vedono una speranza si delinea un quadro di stasi e perdizione.

Recensione di Andrea Viggiano


Con un documentario che segna il confine tra la mitologia nordica e la religione cristiana, Christian Frei e Maxime Arbugaev ci trascinano alla scoperta di cosa collega due realtà moderne ma agli antipodi come una caccia al tesoro dagli istinti primitivi e i nuovi traguardi nella genetica.

Con due storie separate, sempre in dialogo tra loro ma convergenti solo in un punto, i documentaristi si rivelano nello stile distanti come le storie che scelgono di raccontare. Nonostante la differenza, non possiamo che renderci conto che solo se confrontate insieme queste realtà riescono a sviluppare al meglio tutto il loro potenziale critico.

Ad aprire la narrazione sono le parole di un epico poema che si tramanda oralmente nelle terre della Siberia. Queste accompagnano il percorso che il ventottenne Maxime Arbugaev compie registrando il percorso dei cacciatori di mammut nella Nuova Siberia. Una realtà arcaica, di chi ogni estate rischia la vita per disseppellire zanne nascoste nei secoli per qualche centinaio di dollari. La scoperta di un mammut ben conservato però costringe i cacciatori a confrontarsi tra la maledizione della leggenda e i progressi tecnologici, creando un ponte con l’altra storia.

L’esperto Christian Frei, regista svizzero candidato all’Oscar nel 2002 con War Photgrapher, realizza un’indagine sulla nuova genetica. Dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Corea del Sud alla Cina, ci trascina nella realtà di chi gioca a fare Dio e tenta di riscrivere le leggi della creazione.

Genesis 2.0 analizza il rapporto tra scienza e religione, tra desiderio e ragione, mostra gli incredibili progressi che la genetica ha raggiunto e porta a chiederci se questo è giusto oppure no. Non si occupa di denunciare, ma lascia che sia lo spettatore a formulare una propria opinione in merito nel campo della genetica; seppure la storia narrata da Arbugaev si conclude con una forte considerazione sullo sfruttamento della vita dei cacciatori.

L’incredibile quantità dei temi trattati, il viaggio nella tundra, la neogenetica, il surriscaldamento globale, i trafficanti d’avorio in Cina, sono tappe necessarie che creano collegamenti incredibili tra vicende lontanissime. Contemporaneamente immergono lo spettatore in discorsi che possono trovare più o meno attraenti e nella quale è difficile scendere nei dettagli e approfondire, rischiando di trattare con superficialità la questione senza mai converge in un punto unico.

Alla fine lo spettatore può innamorarsi della fotografia della tundra e dell’epica storia raccontata da Arbugaev o incuriosirsi dei temi trattati da Frei, senza però dare una visione completa e costringendolo e a completare da solo la ricerca qualora ne sia rimasto affascinato.

Recensione di Luigi Giacomazzi