Fortuna è un film che toglie e che dà. Si sviluppa attraverso i contrasti, infonde gioia (poca) e dolore, offre speranza ma poi la toglie. I lunghi silenzi divampano come un urlo nella mente di chi osserva, nei dialoghi le parole cadono nel vuoto e si spengono in una fede che si è persa. In questo modo Germinal Roaux racconta il dramma della vita adulta attraverso lo sguardo di un’adolescente. Sono gli occhi di Fortuna, migrante accolta in un monastero tra le Alpi, l’immagine che rimane incollata alla mente alla fine della visione. Sguardi sfuggenti, pupille sfuocate o filtrate dai vetri dove la neve sciogliendosi cade come le lacrime che lei restringe nel suo viso. Fortuna ha perso i contatti con i genitori nel suo arrivo in Europa, ora è sola, persa in un mondo che non è il suo e nella quale vede nell’amore verso il ventiseienne Kabir l’ultima diga per non sprofondare nella sua solitudine. L’amore di un’adolescente però è filtrato da quella genuina innocenza che la crudeltà della vita deve ancora farle conoscere, non rendendola in grado di percepire che un nuovo drammatico destino la sta per riavvolgere.

Il bianco e nero della fotografia non è mai fine a sé stesso. Applicando con eccellenza magistrale la sua esperienza come fotografo, il regista riesce a raccontare il dramma attraverso immagini di una poesia indescrivibile. Il bianco della neve che immerge il convento, il nero delle ombre che invadono l’oscurità della notte, sono esempi di elementi che tagliano le inquadrature come ferite nella pelle, rinchiudendo i personaggi in spazi ancora più piccoli del 4:3 usato come formato del fotogramma. Roaux attraverso la forma sceglie se schiacciare la protagonista dentro il suo conflitto o liberarle una via con la quale possa fuggire, esprimendo così la realtà che avvolge la mente di Fortuna. Il sofisticato lavoro sull’immagine però penalizza inevitabilmente il ritmo del film, dilatato in lunghe e lente sequenze che esaltano la fotografia ma non aiutano lo spettatore meno abituato.

Alla fine di Fortuna quello che resta è un ritratto moderno di una situazione amara che invita a far riflettere sull’amore e le relazioni umane. Temi come la religione, la migrazione, l’amore, la solitudine e il valore della famiglia, trovano nel film di Roaux una forte voce di espressione che divampa potente come un eco nell’anima dello spettatore, alla quale non viene più chiesto di restare da parte e osservare ma di prendere una posizione e agire.

Recensione di Luigi Giacomazzi


 

Nero, purezza, bianco, violenza. Neve, Africa, buio, Svizzera.

Vagabonda fra queste icone il fotografo e regista svizzero, Germinal Roaux, nel suo secondo lungometraggio Fortuna.

Fortuna (Kidist Sigum) è il beffardo nome della quattordicenne migrante etiope trovatasi a vivere in un convento isolato tra le Alpi svizzere. La sua odissea, però, non è ancora destinata a concludersi. Kabir, ragazzo etiope di cui è innamorata, dopo un arresto, scompare lasciando incinta la protagonista. Da qui si innescano delle reazioni che porteranno i monaci a rivisitare responsabilità e doveri in materia di accoglienza (processando dunque l’essenza del messaggio cristiano) mentre Fortuna, devota a Dio, sarà indotta a ponderare l’aborto (che le eviterebbe una vita dolente).

Il formato 4:3, il b/n, la precisione compositiva e la rigida fissità dalla m.d.p. (elementi che derivano dalla formazione fotografica dell’autore) rendono Fortuna un’opera ammaliante. Le luci dal gusto nordico ricordano i quadri fiamminghi vermeeriani e la filmografia scandinava bergmaniana. In particolare Luci d’inverno nel quale Bjonstrand è qui sostituito da nel ruolo del pastore da un prostrato Bruno Ganz, all’ultima interpretazione prima della scomparsa). A riflettere però sul “silenzio di Dio” è la fanciulla. “Perchè mi hai abbandonato?” sembra volerGli urlare tra i silentissimi patimenti. In questo modo il fringuello morto, che Fortuna delicatamente seppellisce nella neve, assume le sembianze del feto che ancora si trova all’interno del suo corpo.

Vincitore del premio Generation alla Berlinale 2018, eccessivamente sottovalutato per il timido approfondimento di alcune suggestioni e per il formalismo della messa in scena, Fortuna è un film attuale, fine e radicale.

Recensione di Andrea Viggiano