Unico film d’animazione in Concorso, Ji Yuan Tai Qi Hao – titolo internazionale No 7 Cherry Lane – rappresenta l’iniziazione di Yonfan a questo cinema: un pastiche visivo ricchissimo e strabordante, ricettacolo intimista di riferimenti estetici e letterari all’insegna di una nostalgia tinta di idealismo politico, al quale si può perdonare lo sguardo al passato un po’ ingenuo.

Studente di letterature straniere presso l’Università di Hong Kong, Ziming – il cantautore Alex Lam – viene contattato da una tale Yu – l’immensa Sylvia Chang – per dare ripetizioni di inglese alla figlia Meiling – la stella Zhao Wei – nella loro casa a North Point. È l’inizio di un sofferto triangolo, tra appuntamenti segreti, vanità e desideri repressi. E tanti film d’autore, ovviamente.

no 7 cherry lane

Cercare di trovare la quadra di Ji Yuan Tai Qi Hao sarebbe un’impresa suicida: al pari del classico cinese Il sogno della camera rossa o del Lebenswerk proustiano cui fa riferimento, è un’opera-mondo ramificata le cui digressioni fondono memorie e immaginario a costo della coerenza narrativa. Per la sua lettera d’amore a Hong Kong, Yonfan non poteva non chiamare in causa anche la propria filmografia, responsabile di aver plasmato a sua volta il portato dell’ex colonia britannica nella cultura pop. A partire dagli interpreti, visto che al doppiaggio c’è letteralmente l’olimpo dello star system cinese continentale e non – con un occhio di riguardo anche per i personaggi “minori”, cui prestano la voce la sua scoperta Daniel Wu o mostri sacri quali Ann Hui e Fruit Chan –, la pellicola ci riporta alle relazioni frustrate di Lonely Hearts – il segmento che il nostro uomo aveva diretto all’interno di In between (1994) con Samson Chiu e la stessa Sylvia Chang – e Bishonen (1998), su cui sono puntati gli occhi di una collettività bacchettona che costringe gli amanti alla semiclandestinità. In un clima di gravida incertezza questi ultimi trovano rifugio in fantasie dal sapore erotico e lisergico, per rappresentare le quali l’autore è intervenuto drasticamente sul medium.

Benché possano far storcere il naso per il frame rate e la lentezza esasperata, le animazioni di Ji Yuan Tai Qi Hao sono state realizzate con un metodo pionieristico, creando anzitutto un’animazione 3D per poi affidare quella a mano in 2D a uno staff di 60 artisti, una volta che tutti i movimenti di macchina fossero stati approvati preventivamente dal regista. Il risultato è un prolisso adagio che costringe lo spettatore ad apprezzare financo gli angoli dello schermo, contraddistinto da un horror vacui che consente a Yonfan di dar corpo a ogni sua ossessione. Non troveremo quasi mai stacchi che mantengano inalterata l’angolazione, tanto che dei semplici campo-controcampo si trasformeranno in obliqui giochi di sguardi; il ritmo è continuamente frustrato da improvvise accelerazioni, tra cui una musicale che ricorda i bagordi della protagonista di Yoru wa mijikashi aruke yo otome (2017) di Masaaki Yuasa; nello spazio di qualche secondo potremmo ritrovarci dalla Shangai wellesiana catapultati in una dimensione completamente onirica, che prenderà il sopravvento man mano che il bel giovane soccomberà alle avance delle due pretendenti.

no 7 cherry lane

Ma chi sono queste donne che si contengono Ziming? Da un lato la Signora Yu, scappata da Taiwan – la seconda patria di Yonfan – per sfuggire alle persecuzioni del Kuomintang, incarnazione delle promesse di un ritorno alla Cina sotto l’egida di ideali rivoluzionari che, a suo dire, sono stati in parte fraintesi dai sessantottini rimasti isolati dalla madrepatria; dall’altro Zhao Wei, che con la sua giovinezza e afasia politica rappresenta la generazione che si prepara a un altro “grande balzo in avanti”, quello verso il consumismo e la lingua degli imperialisti, affascinata dalle promesse di benessere (individuale) del Commonwealth. Preso tra due fuochi, Ziming, che è alter ego del regista e della sua terra allo stesso tempo, non sa scegliere, figlio dell’ibridazione tipica della temperie culturale di Hong Kong. Una titubanza con cui forse Yonfan vuole dirci che ogni tentativo di arrogarsene la sovranità, strattonando da un punto cardinale all’altro l’identità dei suoi abitanti, non è che il risultato di una barbara miopia.

Un monito che risuona quantomai eloquente in un momento storico in cui nuove proteste stanno sconvolgendo la regione amministrativa speciale, non diversamente da quanto accadde all’incirca cinquant’anni fa. Più agguerriti degli Ombrelli Gialli del 2014, più numerosi e organizzati di quanti si movimentarono per i booksellers nel 2015, i manifestanti dell’odierno fronte democratico non sembrano accontentarsi dell’accantonamento a tempo indeterminato della discussione parlamentare sulla legge per l’estradizione, avanzando pretese sempre più radicali per uscire una volta per tutte dalla sfera d’influenza della RPC.

Peccato che Yonfan sia affetto dalla sindrome dell’età dell’oro e finisca per soccombere alla propria vocazione di esteta senza problematizzare, lasciando sullo sfondo le prevaricazioni dell’amministrazione britannica, il risveglio identitario dei movimenti giovanili e la questione degli esuli – fattori destabilizzanti che sarebbero esplosi nel ’97 con l’handover, come testimoniato da Fruit Chan nella sua celebre trilogia – cui accenna soltanto con una scena dedicata o magari un personaggio, come la Signora Lin – la Rebecca Pan di Wong Kar-wai. E dire che il suo ritratto partiva anche da premesse di indagine storica, evidentemente omesse per non appesantire di cronologie il flusso di coscienza.

Per farla breve, in Ji Yuan Tai Qi Hao c’è tutto, forse troppo. Eppure se ne sarebbe voluto ancora.