Il festival di Karlovy Vary, dopo aver spostato l’edizione 2021 ad agosto per venire incontro ai capricci di Cannes, torna a svolgersi nello slot più congeniale e tradizionale, quell’inizio di luglio che accoglie con piacevole frescura e qualche occasionale pioggerellina gli appassionati e i critici sotto le arcate della cittadina termale ceca.

Quali le novità? Beh, iniziamo dalle assenze: se il Covid aveva limitato di molto l’afflusso di critici extra-europei (e fatto saltare del tutto un’edizione), possiamo ipotizzare che quest’anno mancheranno soprattutto i russi, che essi appoggino o meno la politica barbara del proprio stato. Anche a Cannes e ad altri festival la selezione dettata da una particolare attenzione verso i professionisti provenienti da quel paese ha fatto vittime importanti, per cui non è escluso che oltre ai film, anche la gran parte degli esperti e operatori di quel paese latitino. Saranno invece presenti in gran numero registi e operatori culturali ucraini, a maggior ragione se consideriamo che anche Karlovy Vary sostiene in modo generoso le piattaforme culturali e produttive del paese invaso, che ovviamente non potranno avere la prevista realizzazione in patria. Ben quattro dunque i film ucraini nei vari programmi del festival (a cui andrebbe aggiunto Loznica, che però negli ultimi mesi è stato quasi “diseredato” dai suoi conterranei…), cui va aggiunta la sezione dei “work in progress” per i professionisti dell’industria cinematografica che avrebbe dovuto aver luogo al Festival di Odessa. La presenza di registi, produttori e intermediari da Kiev e dintorni dovrebbe dunque essere significativa, anzi, la comunità artistica del paese bombardato dal Cremlino ha avuto anche da ridire sulla presenza, già invero preventivata con largo anticipo, di un’unica opera battente bandiera russa, quel Capitan Volkonogov è fuggito già visto al Lido veneziano, che non convincerebbe tutti a causa di una compartecipazione governativa…

Un’altra assenza che invece sentiremo con dolore e nostalgia è quella di Eva Zaoralova, madrina, ex-direttrice artistica e anima del festival, che purtroppo ci ha lasciati a marzo, e alla quale i suoi colleghi dedicano l’edizione presente e la proiezione del suo adorato La strada felliniano. Sarà strano e triste non poterla incrociare nelle sale o negli uffici del festival, una maestra e un esempio di cui sentiremo la mancanza.

Nel Concorso principale, come al solito, si punta più su nomi di outsider e su promesse che su grandissimi maestri: sulla carta sembrano interessanti il debutto del polacco Tomasz Winski, Borders of Love, che illustra le fantasie erotiche di una coppia che prova ad uscire dalla routine amorosa, o un film bulgaro a sei mani, A Provincial Hospital, uno dei diversi film a tematica Covid che, prevedibilmente ma non in numero eccessivo, potremo vedere nelle sale ceche. Il cinema di casa aspira al Globo di Cristallo con la giovane Beata Parkanova, che ambienta il suo dramma intimo The Word nell’estate del 1968, che ovviamente per i cechi non è una data qualsiasi…Non ci sono rappresentanti italiani in concorso quest’anno, mentre in alcune sezioni collaterali verranno presentati al pubblico locale, fra gli altri, Atlantide di Yuri Ancarani, Il buco di Michelangelo Frammartino, o ancora Supereroi di Paolo Genovese. 

Un’altra novità (che al primo sguardo un po’ ci dispiace) è la cancellazione della seconda sezione competitiva, quella chiamata “Ad est dell’ovest” e a cui ci eravamo piacevolmente abituati, anche perché ci permetteva di inquadrare con comodità le novità più rilevanti dei paesi centro-europei. Questa piattaforma competitiva sarà sostituita da Proxima, che non ha invece limitazioni geografiche, e che seguiremo con attenzione, cercando di capire se le opere lì raccolte siano unite da denominatori stilistici comuni, da proposte innovative, oppure se siano, “semplicemente”, film che “non ce l’hanno fatta” ad entrare nella competizione principale che assegna il Globo di Cristallo. In questa sezione ispirano curiosità il quarto lungometraggio del polacco Tomasz Wasilewski, Fools, Art Talent Show della ceca Adela Komrzy, il cui film l’anno scorso era stato fra le migliori sorprese, o ancora Zoo Lock Down di Andreas Horvath, che osserverà le limitazioni pandemiche…dal punto di vista degli animali di un giardino zoologico. Quest’anno manca anche la comoda sezione specifica che solitamente raccoglieva l’ultima produzione ceca, che andrà invece (per gli interessati come lo scrivente) ricostruita sulla base delle diverse sezioni collaterali. Che siano, questi, passi tendenti ad una ulteriore “universalizzazione” del festival, come se si provasse a staccarlo da un’immagine troppo legata ad interessi geografici specifici?

Come sempre, l’attenzione per i grandi nomi dello star system, capaci di raccogliere e rallegrare il pubblico locale sul tappeto rosso, non manca: quest’anno gli ospiti d’onore di maggior richiamo saranno Liev Schreiber, l’australiano Geoffrey Rush e il portoricano Benicio Del Toro, a dimostrare un’attenzione non superficiale alle varie declinazioni dell’arte attoriale.

Insomma, si parte, si riparte, questa volta senza strane limitazioni, mascherine o nastrini al braccio per l’ingresso nelle sale, che il dio del cinema delle foreste boeme ce la mandi buona.