Dopo la distruzione di Asgard, la guerra contro Thanos combattuta insieme agli Avengers, la perdita di famigliari e parenti, e crisi esistenziali varie, Thor, ha lasciato il trono del suo regno (ricostruito in una baia terrestre) e si è unito ai Guardiani della Galassia per andare a combattere nemici vari nell’Universo.

Creato da Stan Lee, Larry Lieber (testi) e Jack Kirby (disegni), e pubblicato negli Stati Uniti dalla Marvel Comics per la prima volta sul fumetto Journey into Mystery (vol. 1) n. 83 di agosto 1962, Thor arriva al suo 4° film dell’Universo Marvel a lui dedicato.
Dopo Kenneth Branagh e Alan Taylor, Taika Waititi ha diretto il 3° e ora quest’ultimo film (è il primo personaggio a essere il protagonista di quattro film appartenenti allo stesso franchise).

Thor: Love and Thunder ha un inizio drammatico e un finale serio ma armato di speranza, il resto è una parodia inspiegabile o meglio comprensibile e apprezzabile solo se fosse stato un progetto di quel grandissimo genio di Mel Brooks.

Ma qui la regia è di Waititi, estroso, sensibile, surreale, ma mai sciocco; quindi l’impeto fumettistico da parco avventure a tema è dichiaratamente voluto: basti osservare i titoli di testa e di coda, e soprattutto ai costumi (Mayes Rubeo), cui si uniscono una serie di situazioni e gag (per carità buffe e allegre, noi abbiamo riso spesso per non piangere) e personaggi (Zeus in primis!) da La pazza storia del mondo.


Qua è il problema? Il problema di fondo è che non ci aspettavamo di vedere una farsa di Thor.
Comunque.
C’è un nuovo sterminatore (anzi, Macellatore) dei dei in città, Gorr (Christian Bale) che per vendicarsi della morte della figlioletta, ha giurato che ucciderà tutte le divinità.
Nel frattempo la scienziata astrofisica Jane Foster (Nathalie Portman) per una serie di motivi sente il richiamo del primo martello di Thor Mjolnir: il suo potere del tuono la farà diventare Lady Thor/Dottoressa Jane Foster.
Insieme al suo ex e alla Valchiria (Tessa Thompson) andrà a combattere questo nuovo demone/nemico.

Il rock anni ‘80 e la colonna sonora di Michael Giacchino e Nami Malumad non fanno altro che seguire il folle flusso della storia che se se solo si fosse mantenuta sul livello narrativo del precedente, Thor: Ragnarok. sarebbe stata più apprezzata ma soprattutto coerente non solo con la saga del semidio, ma anche con quella di tutti i suoi colleghi Marvel.

Trai toni scanzonati, giocosi e vivaci della saga degli Avengers (da Iron Man a Capitan Marvel) e quelli grevi e cupi dei supereroi della DC Comics c’è un’ampia scala di livelli di scrittura.
La scelta di “buttare tutto in caciara”, termine non tecnico ma rende l’idea, è un fallimento che va a colpire diritto al cuore la valorizzare dei personaggi e il loro percorso all’interno dell’epopea Marvel.

A noi piace la versione spaccona di Thor dal cuore tenero, ma non questo suo pavoneggiarlo in modo ridicolo (la sceneggiatura è del regista e di Jennifer Kaytin Robinson).
Ma se questa è la filosofia futura del MCU nei confronti del nostro Thor non ci resta che rifugiarci nella nostra perplessità scuotendo la testa.