Lessons of love è il primo di fiction di Chiara Campara dopo il documentario Tempting promises e l’ultimo a essere prodotto dalla Biennale College e a essere proiettato a Venezia 2019.

Ambientato in un borgo di montagna non troppo lontano da una cittadina d’industria, il film offre un sunto efficace di una realtà depopolata e fuori dal mondo come lo conosciamo oggi, dove regnano alienazione sociale, vani sogni d’evasione, duro lavoro manuale e marginalità a livello esistenziale. Yuri è la perfetta incarnazione di questa realtà, solo, frustrato, smarrito. I suoi unici momenti di libertà sono gli svaghi occasionali con lo zio è il locale di spogliarello dove ammira Agata, la donna di cui è invaghito. Quando lei sembra aprirsi alla possibilità di qualcosa di più serio come una vita assieme, il nostro protagonista dovrà fare delle scelte e allontanarsi dalla stalla che ha sempre occupato tutte le sue giornate per una seconda fase della sua esistenza.

Lessons of love è un film di formazione “a scoppio ritardato”, giacché Yuri è più vicino a una crisi di mezza età che non all’adolescenza, ma una vita sostanzialmente da recluso ne ha inibito lo sviluppo emotivo, a trent’anni suonati si comporta come un ragazzo in crisi ormonale e si rifugia nelle fantasie. Ed è una formazione crudele la sua, si conclude tutto con il ciclo che continua, senza vere e proprie possibilità che non siano salti nel buio, senza che Yuri abbia potuto veramente fare qualcosa, trovandosi in un mondo che non è costruito per lui, le case sono troppo per lo stipendio che prende, e lui non ha la maturità per gestire una relazione e così come non riesce ad allontanarsi da quella vita malinconica ma rassicurante (in quanto sempre uguale a se stessa) che gli ha dato da mangiare da quando è nato.

Il ritratto di Campara è duro e non si piega a facile compassione, va letto come un tentativo di andare oltre il limite individuato dall’asticella della Biennale College e di tirare su un film di buon livello nonostante il basso budget; e negli ultimi cinque anni di BC, bisogna dire che trai i tanti film difettosi, questo è l’unico che magari con qualche soldo in più avrebbe potuto migliorarsi ed lavare via parecchie lacune.

L’idea della regista è chiara – pardon – così come il risultato finale, ma nel mezzo s’avverte veramente che qualcosa manca, perché l’opera rimane piuttosto sfilacciata e manca di voglia, come se l’attuazione del soggetto fosse un impedimento più che la sua espressione. Lessons of love per questo gira un po’ su se stesso e diventa ridondante, probabilmente anche oltre quanto voluto. Certo, mette in scena una routine quotidiana scoraggiante, ma diventa ripetitivo nel ribadire concetti già chiari, finendo per respingere l’attenzione dello spettatore.

Quello che però infastidisce veramente è una prestazione attoriale di gran lunga inferiore agli standard, Leonardo Lidi/Yuri non dà prova di essere un interprete di grandi prospettive, anzi, e considerando che tutto il film (in verità molto breve, circa un’ora e un quarto) è legato a doppio filo a lui, l’esito è quello di una lavoro scollato ed eterogeneo che fa fatica a ingranare e ancora di più a svilupparsi. Il fatto è che Lessons of love arriva poco, come da titolo vorrebbe insegnare ma non parla abbastanza forte: ha sì idee precise ma balbetta. In un contesto così, quando l’attore protagonista non regge il peso del film da solo non provare nemmeno a sperimentare un po’ o a osare con la regia, a lanciare un lampo anche isolato, è certamente una mancanza. In generale Lessons of love è un film inerte, pur con delle buone intenzioni e una base più ragionata e solida della norma che alla fine può farsi guardare senza troppi problemi ma anche senza lasciare addosso alcunché.