Tarkovskij fu profeta inascoltato in patria, “correlativo oggettivo” incarnato della spiritualità del proprio paese e suo testimone dolente all’estero, vox clamantis nel deserto sovietico o forse un elemento fondamentale, un anello di una enorme famiglia culturale, antropologica e naturale, padre e figlio a un tempo della grande Russia che inevitabilmente doveva confrontarsi con un’eredità culturale ostacolata dal potere? A questi interrogativi cerca di rispondere il figlio Andrej Andreevic con questo toccante ritratto.

Il nome di Andrej Tarkovskij è inevitabilmente collegato ad alcuni nuclei lirici e immaginifici che definiscono il suo stile e che hanno dato vita a quel macrocosmo (definirlo micro- sarebbe riduttivo…) cui si associa automaticamente l’aggettivo “tarkovskiano”: la “scultura” del tempo, la voce dell’artista oppresso dal potere, lo strappo lancinante del viaggiatore lontano da casa e affetti, il dialogo continuo con il mistero, e ovviamente la tessitura densa e acquatica delle sue immagini, o ancora la storia d’amore con la natura e con l’arte russa ed europea. È un gruppo, un insieme, una “famiglia” di fortissimi elementi caratterizzanti che gli amanti del suo cinema possono riconoscere senza bisogno di troppe parole. Ed è proprio dalla famiglia che può venire un’interessante doppia voce di commento, e contemporaneamente dai due lati genealogici che precedono il regista e da lui poi defluiscono: il padre poeta Arsenij, suo dichiarato punto di riferimento, e il figlio, autore di questo ricco e affascinante ritratto.

Ed è proprio con i versi del padre Arsenij (che torneranno a più riprese, letti dalla sua stessa voce) che si apre questo A Cinema Prayer, con una composizione intrisa di nostalgia per un paradiso perduto: «Non sono mai stato più felice di allora // tornare lì è impossibile e raccontar non si può // come era ricolmo di beatitudine quel giardino celeste». Ci sembra appunto che il viaggio verso una condizione edenica inattingibile sia una delle linee interpretative qui più pertinenti, con tappe che, obbligatoriamente, sembrano essere quelle di un Purgatorio intriso di malinconia e senso di lancinante mancanza: la Russia oppressa dalla guerra de L’infanzia di Ivan, le coordinate immaginarie di Solaris, la geografia familiare e rurale de Lo specchio, per finire con il dolente ma proficuo vagabondare per Svezia, Italia, Francia. Questa catena di spazi, sangue e arte si prolunga per quasi un secolo, e Andrej junior, da tempo in Italia e presidente dell’Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, porta qui a compimento una sua ricerca pluriennale in cui è andato raccogliendo non solo riflessioni e sentimenti filiali, ma anche documenti di notevole pregio. Oltre ad estratti funzionali dei ben noti capolavori del padre, sentiamo qui infatti la voce dello stesso che commenta la propria opera (lezioni e interviste mirabilmente selezionate), e soprattutto ammiriamo rapiti le immagini dal set di film come Andrej Rublev, Stalker o Sacrificio in una sorta di “making of” complessivo e definitivo dell’opera omnia del grande autore. Un altro strato, che aggiunge prospettiva e profondità al film, è costituito dai documenti personali: foto di scena, disegni preparatori, ma soprattutto immagini della casa di campagna di famiglia e brani in 8mm. della famiglia Tarkovskij in esilio in Europa occidentale: ne sorge una riflessione audiovisiva intima e multistratificata che aderisce per mezzo di una mediazione lieve e amorosa alla materia prima, ossia all’uomo Tarkovskij, di cui riceviamo un ritratto sfaccettato ma compatto e vibrante.

Va giustamente ricordato che la raccolta dei materiali è stata resa possibile da un ottimo lavoro di produzione e coordinamento fra partner russi, svedesi e l’italiana Revolver di Paolo Maria Spina: l’attenzione e la fatica impegnati nel raccogliere e montare sensatamente testimonianze mai compresenti con tale ricchezza in un unico testo sono evidenti e palpabili nel risultato finale, che si presta anche come porta d’ingresso al mondo tarkovskiano per le nuove generazioni e per chi volesse finalmente con colpevole ritardo accostarsi a questo corpus affascinante. Citando Sokurov, qui troviamo una formidabile combinazione di “esempi di intonazione”: le voci del padre poeta, del regista e del figlio “archivista” d’eccezione si fondono in una sinfonia che punta a superare le barriere del tempo, e a scolpirlo attraverso il magistero della testimonianza. In quest’ottica sono particolarmente interessanti anche le dichiarazioni del regista sul suo rapporto con le limitazioni illiberali impostegli dal regime sovietico, che lo costrinsero ad abbandonare l’amata Russia: “un colpo alle spalle inferto da traditori”, ecco come egli ricorda le persecuzioni dei burocrati e di quanti avrebbero dovuto essere in teoria suoi colleghi nell’arte.

L’immagine e l’autorappresentazione testimoniale dell’artista sono, ovviamente, fino a un certo punto “prevedibili”: non ci si aspetti in altre parole un Tarkovskij rivoluzionato rispetto alla ben nota immagine dell’artista spirituale, legato a certi valori tradizionali della propria cultura che a noi possono suonare forse stereotipati (“noi russi dobbiamo difenderci”, “il problema della compassione è un’idea puramente russa” e via dicendo…). Il tono stesso del ricorrente cantilenare del padre poeta e la perentorietà quasi da profeta illuminato e sofferente con cui a volte il regista espone la sua elevata idea di arte possono anzi risultare a tratti indigesti se li si razionalizza eccessivamente con filtri occidentali. Ma non possiamo di punto in bianco trasformare Tarkovskij in un rivoluzionario sperimentatore, violentandone di nuovo la memoria e il lascito: così egli era, così, fedelmente, la sua immagine va ritratta e scolpita.

A conferma di ciò lo stesso titolo, che si può ricollegare ad un’altra frase dell’autore di Sacrificio: «Solo una cosa è certa: l’arte è una preghiera, con ciò abbiamo detto tutto». Si può essere d’accordo, si può amare più o meno il mondo del grande regista russo, si può provare una sintonia più o meno forte con la sua visione intimistica, rimane però il fatto che la coerenza e lo spessore di uno dei mondi cinematografici più densi del XX secolo sono ben colti in questa affettuosa, dettagliata, filiale smisurata preghiera.