Il Ragazzo, anonimo giovanissimo ebreo abbandonato nei flutti della storia e della violenza, si trova sballottato da un villaggio a un altro mentre infuria la guerra e monta l’odio razziale e il disprezzo indiscriminato verso il diverso. La strada per la sopravvivenza sarà anche una durissima scuola di vita.

Vaclav Marhoul è un produttore e regista ceco dalla carriera atipica: pur andando ormai per i sessanta, al suo attivo ha solo una parodia di hard boiled, Mazany Filip (Filip il furbo, 2003) e un colossal bellico ambientato in Africa, Tobruk (2008). Aveva dunque già sperimentato il lavoro con temi storici e scene di violenza, ma la fatica costata per mettere in piedi questo suo ultimo The Painted Bird e i molti anni impegnati per raccogliere fondi ingenti e convincere star di grande nome non potevano che risultare in un’opera impegnativa, strabordante, forse elefantiaca. E, anche a causa degli elementi su elencati, molto problematica.

Marhoul porta qui sullo schermo un controverso romanzo omonimo di Jerzy Kosinski, scrittore americano di origini polacche che inizialmente spacciò il suo libro per autobiografico, quasi a voler creare attorno alla propria figura un alone eroico e vittimistico, che si dissipò comunque miseramente quando venne alla luce che il testo era non solo inventato, ma in parte ispirato da opere altrui. Qualunque fosse la genesi del romanzo, chi scrive non lo conosce direttamente e deve fidarsi delle sinossi presenti in rete per dedurre che la massa di brutture disumane rappresentate da Marhoul sono già presenti sulla pagina scritta, di modo che almeno in parte il carattere controverso del film non possa essere addebitato totalmente a sceneggiatori e regista. La materia, dunque, era controversa e ruvida già sulla carta. Rimane però il fatto che questo “Uccellino dipinto” mette in atto per forza di mero accumulo una sorta di enciclopedia generale della ferocia umana, trasformando il piccolo protagonista senza nome in una sorta di Giobbe costretto a patire di persona il catalogo completo degli orrori che mente umana possa partorire: dalla fame alle ripetute percosse, dalla violenza sessuale maschile allo sfruttamento omologo da parte di una giovane e procace ninfomane, dall’odio razziale alle persecuzioni legate ad antiche superstizioni (non avendo i denti superiori, egli si porta dietro la nomea di “vampiro”).

Per quanto il film sia ambientato durante la seconda guerra mondiale e abbia chiare attinenze con la macrotematica dell’Olocausto, la messinscena di Marhoul spiazza per buona parte del film con un-impostazione sovratemporale, per cui sembra di avere a che fare con antiche comunità di villaggio precedenti all’epoca dei lumi, sparse in una Europa centro-orientale iperviolenta in cui si parla una babele di lingue (alcune reali, alcune frutto della fantasia degli sceneggiatori, una sorta di “esperanto” slavo) dove vige la più ferina ignoranza e le leggi del taglione. Vengono in mente sia il Rublev tarkovskiano che il suo “equivalente” cecoslovacco, Marketa Lazarova di Frantisek Vlacil, per quella combinazione di bianco e nero sporcato da sangue e fango e certa ieraticità formale. Tale attenzione alla ricchezza visiva rimane però qui, a differenza dei classici succitati, priva di quell’afflato spirituale che ne elevi il profluvio di violenza fisica e che potrebbe “redimere” anche certo indugiare su particolari scabrosi e repellenti. Per quanto non riteniamo (a differenza di altri commentatori) che qui si tratti di mera pornografia dell’abuso fisico e psicologico, per quanto non rimaniamo scandalizzati da certe innegabile pesantezze di trattamento e da scelte non sempre coerenti, dobbiamo pur tuttavia constatare che, nonostante alcune folgoranti soluzioni visive e la coerenza (brutale) della messinscena, questo “Uccellino” non vola molto in alto. Anche il cast internazionale (Keitel, Sands, Pepper…) è stato criticato come puro sfoggio di nomi mal utilizzati (insomma, un mero richiamo per il pubblico internazionale); non siamo d’accordo, ma vero è che la forza del film sta piuttosto nel mistero dei volti scavati o sgomenti di attori ignoti e esordienti (come il bravo protagonista Petr Kotlar).

Più che “scandalizzarci” per una presunta volontà dello stesso autore di trascendere gratuitamente i limiti morali della rappresentabilità, ci sembra che il problema maggiore del film stia nella sua episodicità: ma non è tanto la scansione in capitoli, la sequenza di frammenti legati alle varie disavventure del Ragazzo, o la modularità di certe soluzioni a non piacerci; il problema è che Marhoul si fissa troppo sulla forza dirompente del particolare e poco su una “necessità interna”, su una evoluzione drammaturgica che leghi le varie parti. Il film ha indubbiamente una forza visiva innegabile, e il dop Vladimir Smutny è un poeta della luce che conoscevamo da decenni e che qui conferma la sua maestria, ma nonostante l’energia fisica e i vortici di sopraffazione che lo caratterizzano, dobbiamo purtroppo constatare che il film nasce stanco, come sopraffatto dal desiderio di autoimporsi a forza di urla e scudisciate emotive, come schiacciato dal suo stesso enorme peso, e caracolla già dopo la prima mezzora in un’infinita ripetizione di episodi. Togliendone alcuni o aggiungendone altri, il prodotto non cambia: manca dunque lo status di struttura autonoma, e questo Painted Bird rimane una coraggiosa, sfacciata, non sempre riuscitissima serie di micro-catastrofi umane.