Nel corso delle due ore di questo documentario d’archivio assistiamo ai momenti salienti del processo montato ad hoc contro il cosiddetto “Partito degli industriali”, accusato, nel 1930, di aver sabotato la realizzazione del primo Piano quinquennale. In nuce a questo evento storicamente documentato, ma dimenticato dai più, abbiamo modo di percepire tutte le inquietanti avvisaglie del giro di vite che nel corso degli anni ’30, di pari passo con il consolidamento del regime totalitario staliniano, avrebbe decimato intere fasce della popolazione sovietica (élites in primis).

Anche quando recupera, taglia e incolla filmati d’archivio, Sergej Loznitsa fa immediatamente riconoscere allo spettatore la propria inconfondibile mano di documentarista, lasciando trasparire, persino dai fotogrammi sgranati e in bianco e nero di pellicole con novant’anni d’età, quelli che sono i tratti salienti delle immagini che normalmente fissa hic et nunc: in primo luogo l’attenzione maniacale nei confronti degli assemblamenti di massa all’interno di rituali collettivi in momenti che toccano profondamente la comunità, con un riguardo speciale per i singoli volti che compongono quest’ultima. Lo avevamo visto in documentari come Maidan e Il giorno della vittoria, dove i rituali collettivi erano la protesta civile e la commemorazione di eventi storici volta a rafforzare il senso identitario della comunità stessa; lo avevamo visto, ovviamente, in un altro documentario d’archivio come Evento, breve cronaca del crocevia a cui si trovò l’Unione Sovietica nel 1991, con tutte le occasioni perse del caso. Lo vediamo, ora, in questo ulteriore documentario d’archivio del prolifico regista che nel giro di un anno è riuscito a presentare, quasi programmaticamente, tre nuovi film di tre diversi generi: il già citato Il giorno della vittoria a Berlino, il film di finzione Donbass a Cannes e, appunto, Processo a Venezia.

Il rituale collettivo questa volta è un processo, perfettamente costruito e architettato in un tribunale di Mosca come uno spettacolo teatrale, con quinte scenografiche, attori e, soprattutto, pubblico. Si tratta di uno dei primi processi “esemplari” mossi, in conformità con il famigerato articolo 58 del Codice penale sovietico che sanciva pene severissime nei confronti dei “nemici dello Stato”, contro dei “sabotatori” del programma di sviluppo e progresso del paese guidato, già da alcuni anni, da Josif Stalin. Se le cosiddette “purghe” staliniane della seconda metà degli anni ’30 sono questione ben nota e illustrata nei manuali di storia, meno noti sono i prodromi di tutto ciò, come questo processo del 1930, a due anni dalla promulgazione di quel primo piano quinquennale che rappresenta, in ambito economico, un primo segnale del profondo irrigidimento del potere già in atto. Sul banco degli imputati ci sono rappresentanti della cosiddetta “intellighenzia tecnica”: professori e ingegneri impegnati nella locale industria meccanica, che avevano fatto strada negli anni ’20 della Nuova Politica Economica e si ritrovarono poi accusati di aver messo volutamente a repentaglio la buona riuscita dell’economia di piano per indebolire il paese a vantaggio dei “capitalisti stranieri”.

Ordinaria amministrazione, per l’epoca. Gli imputati ammettono pienamente le loro colpe, tutto procede da copione, il verdetto finale comporta la reclusione decennale di alcuni e la fucilazione di altri (poi – e questo è un risvolto piuttosto interessante – commutata in una reclusione funzionale, con l’impegno coatto a lavorare per l’industria della difesa). Le masse opportunamente sobillate escono in strada, scandendo notissime e travolgenti canzoni rivoluzionarie e reggendo striscioni che inneggiano al “Piano quinquennale in quattro anni” e alla “Difesa contro i nemici del proletariato” tra la neve bagnata dell’inverno moscovita (la capitale russa, peraltro, viene splendidamente immortalata nel “preludio” dove ai tram si alternano le vecchie slitte trainate da cavalli, dove il “vecchio” non ha ancora ceduto del tutto il posto al “nuovo” verso cui il regime spinge artificiosamente l’acceleratore). Insomma, un “processo” per antonomasia in un regime che si può già definire totalitario.

Loznitsa ha pazientemente rintracciato i filmati del processo, che, peraltro, all’epoca erano già stati in parte selezionati e montati dal documentarista sovietico Jakov Posel’skij per farne, come spesso già succedeva, un film di propaganda da mostrare ad ampie platee anche molto lontano da Mosca, a mo’ di monito istruttivo per le masse. Il lavoro di riproposizione di materiali d’epoca portato avanti da Loznica, e soprattutto dal suo sound designer Vladimir Golovnickij, è davvero impeccabile, e permette letteralmente di entrare nell’aula del tribunale, assumendo il ruolo ora degli imputati, ora del pubblico (le frequenti inquadrature fisse delle file di cittadini sovietici seduti ad assistere al processo sembrano un vero e proprio specchio del pubblico seduto nella sala cinematografica). E va detto che questo comporta non poca fatica nella ricezione di quanto ci sta davanti: i tempi sono dilatati, le arringhe prolisse, le inquadrature sugli oratori statiche. Il pubblico di allora era tenuto a non lasciare l’aula, ma molti spettatori di oggi, potendo, avrebbero senz’altro la tentazione di abbandonare la sala…

E dunque, per molti sorgerà spontanea la domanda: a che pro mostrare tutto ciò per intero oggi? Al di là dell’indubbio interesse per gli storici del Novecento (ma anche i sociologi e gli antropologi), Loznitsa, che da anni vive in Europa e non è certo un autore supportato dall’establishment russo, pare rivolgersi in primo luogo ai russi di oggi, cacciandoli di forza dentro una pagina della loro storia contemporanea che molti preferirebbero rimuovere senza averla elaborata: non di rado i russi delle giovani generazioni faticano a percepire la storia sovietica come “loro”, preferendo confinarla a un passato antiquario vissuto da nonni e bisnonni ormai scomparsi. Eppure, ci suggerisce Loznitsa, nonostante tutti gli stravolgimenti del “secolo breve”, dei babelici anni ’90, del XXI secolo all’insegna della figura di Vladimir Putin, nel discorso del potere politico (traslato, in questo caso, dal potere giudiziario) sono rimaste delle costanti: la fobia nei confronti di un “nemico esterno” e la conseguente necessità di rafforzare le proprie capacità di difesa per proteggersi, il dito puntato contro i “nemici interni” complici delle potenze straniere (“nemici interni” che sono spesso élites intellettuali ed economiche), i capri espiatori così trovati per mascherare le vere pecche del sistema paese, il ruolo di tutto ciò nel consolidamento dell’opinione pubblica, in primo luogo tramite i media.

E in questo senso, riallacciandoci a quanto detto in apertura, parlano da sé gli “intermezzi” tra le udienze del Processo, dove vediamo un rituale di dimensioni ancora maggiori, ovvero le già citate marce del “popolo” che, apparentemente coeso e unanime, inneggia contro i “sabotatori”. Un processo macchinato ad hoc capace di manipolare la coscienza di un’intera nazione. La stessa che però, in parte proprio grazie a questa coesione, resisterà alcuni anni dopo all’assedio di Leningrado, le cui istantanee crude e dolorose sono state restituite dallo stesso Loznica nel suo precedente documentario d’archivio Assedio. Corsi e ricorsi storici, nelle contraddizioni e nelle pieghe tragiche della storia patria: se la memoria è indispensabile per prenderne coscienza al di là delle storture e delle deformazioni di tanti ideologi di oggi, il valore di documentari come questo, dove le voci di allora parlano senza essere interrotte da quelle di ora, non può sicuramente essere negato.