Cinema di ritorni, quello degli ultimi giorni della 78esima edizione delle kermesse lagunare. Ritorna dietro la macchina da presa Ridley Scott dopo un periodo di quiescenza, ritorna a scrivere un film assieme la strana coppia formata da Matt Damon e Ben Affleck, ritorniamo tutti un’altra volta indietro nel tempo dopo Kingdom of Heaven, questa volta al XIV secolo, durante la guerra dei cent’anni, sulla sponda francese.

Nel bel mezzo del conflitto tra Inghilterra e Francia, a partire da eventi reali, si delinea un conflitto interno all’esercito francese tra uno scudiero e un cavaliere, una volta grandi amici e ora acerrimi rivali, con personalità e fortune opposte nonostante il forte legame affettivo forgiato in passato. Da una parte Jean de Carrouges – Matt Damon –, guerriero valente ma rozzo e limitato in qualunque altro ambito, dall’altra Jacques Le Gris – Adam Driver –, libertino dall’intelletto acuto ma infido e privo d’onore. In mezzo, con sua grande sfortuna, la coraggiosa Marguerite – Jodie Comer –, sposata infelicemente al primo. Jacques si invaghirà di lei e ne diverrà ossessionato, fino al punto di approfittare un giorno dell’assenza di Jacques per violentarla. Marguerite denuncerà lo stupro, tollerando qualsiasi umiliazione e affidandosi controvoglia ai metodi del marito, pur di ottenere giustizia. L’ultimo duello, o almeno l’ultimo processo per combattimento di cui si ha nozione storiografica, è proprio quello che mette in gioco le sorti di tutti e tre.

The last duel è un kolossal intimistico, focalizzato sulla sua triade di personaggi, ognuno sufficientemente caratterizzato per apparire credibile e dalle sfumature convincenti sul piano relazionale. Mentre l’intreccio si svolge seguendo una struttura tripartita, lo spettatore ravvisa i limiti dei due uomini, impegnati a costruirsi una propria versione della realtà per meglio adeguarla ai propri desiderata, e vede crescere la propria considerazione del personaggio di Marguerite, finita in mezzo a due fuochi. Per l’appunto, il film è diviso in tre parti grosso modo equipollenti: la verità secondo Jean, la verità secondo Jacques, e la verità secondo Marguerite, che, come sottolinea la didascalia facendo slittare la dissolvenza, è la verità e basta.

Di fatto Scott ci ripropone tre segmenti ognuno dei quali si sdoppia a sua volta in due filoni narrativi: il primo, banalmente, fa andare avanti la trama, il secondo ci fa continuamente rivivere alcuni episodi chiave della vicenda cambiando di volta in volta qualche particolare tra una versione e l’altra, sottolineando come ognuno dei personaggi se la racconti come fa più comodo e soprattutto come questi rappresentino se stessi. Jean si rivela più infantile e stupido nella versione degli altri due, incapace di controllare la rabbia e di stare al gioco quando la situazione lo richiede, mentre Jacques guarda a se stesso come una persona molto più manipolativa e potente di quando il reale corso degli eventi non ci dica. E se Jacques commette un crimine atroce, nemmeno Jean appare come il cavaliere senza macchia e senza paura che vorrebbe essere, anzi si dimostra più volte insensibile nei confronti di Marguerite ed è causa della sua infelicità.

Si tratta dunque di un film storico costruito per portare in trionfo la figura femminile, affrontando con uno sguardo distaccato e crepuscolare quest’ultimo duello noto per raccontare una resa di conti fra due uomini disprezzabili per vari motivi. I problemi stanno tutti nel come: stante essere stato presentato come un film storico basato su eventi reali, The last duel ha una serie di forzature allucinanti e insistite che lo rendono internamente incoerente. Il personaggio di Marguerite, che dovrebbe essere la vera eroina silenziosa della vicenda, è quello a cui si dedica meno tempo. La sua psicologia è molto piatta, le sue linee di dialogo più importanti spesso mal scritte, forzate, smaniose di elevarsi a scena madre, spesso anche fuori contesto e anacronistiche rispetto al contesto. Anche dal punto di vista storico, il libertinismo all’acqua di rose di Adam Driver e di Ben Affleck (che qui fa il Martellone di turno, occupandosi della linea comica) è tanto inutile al dipanarsi della narrazione quando scorretto dal punto di vista del contesto storico, in netta opposizione con la forma mentis dei personaggi, e il medesimo discorso vale per alcuni eventi o colpi di scena, del tutto avulsi dalla struttura principale, e per gli espedienti dozzinali con cui Marguerite viene fatta apparire simpatica al pubblico, presentandola come una sorta di antesignana di qualunque tipo di riflessione sulla figura della donna fino a un ampio eccesso retorico. Retorica che abbraccia tutto il film, spesso troppo pesante e, paradossalmente, fuori tempo per alcune questioni. The last duel suona vecchio e stolido, inutilmente pesante per lo spessore basso delle questioni che riguardano l’onore, la giustizia, la verità, con un’epica ridicola che richiama i cartoni animati per bambini tanto è seriosa e innervata dalla dialettica dei buoni sentimenti.

La pulizia tecnica – d’altronde stiamo parlando del baronetto Ridley Scott – non salva certo dalla mediocrità assoluta un film francamente troppo artificioso e desideroso di farsi apprezzare, un po’ con un greatest hits degli elementi piacioni del classico kolossal di vent’anni fa, un po’ con una serie di palesi strizzate d’occhio a una delle tematiche che Hollywood sembra apprezzare molto in questo periodo. The last duel è un’opera eccessiva, inutilmente barocca, e ridondante, segnata da uno svolgimento talmente prevedibile che il suo corso poteva essere indovinato da chiunque avesse visto appena cinque o sei film in vita sua, e da una perspicua dichiarazione d’intenti didascalica e didattica: un film di consumo elementare che sembra la versione senza zuccheri di un film di consumo elementare. Da lasciar perdere, purtroppo.