È incredibile come Steven Soderbergh riesca a fare film nonostante si sia ritirato dal cinema (come lui stesso ha detto circa otto anni fa), incredibile quasi come quando ha girato Haywire poche settimane dopo aver comunicato alla prima di Contagion che si sarebbe preso un anno sabbatico.

The laundromat, che uscirà presto in italia con l’esplicativo titolo di Panama papers, sia in sala che su Netflix, è il giro di boa del concorso ufficiale 2019 ora che la Mostra è giunta a metà. Tratto dal libro-inchiesta Secrecy world di Jake Bernstein, membro di punta dell’ICIJ e premio Pulitzer che ha raccolto in un unico volume i fatti e le immediate conseguenze del leak dei documenti panamensi a opera di una gola profonda ancora ignota, l’ottavo film post-ritiro di Soderbergh è un tentativo audace di raccontare una storia relativamente più complessa su una moltitudine di piani intersecatisi.

Da un lato c’è un intreccio narrativo incentrato per lo più sulla figura di Ellen Martin – Meryl Streep -, nonna a tempo pieno e vedova che non si rassegna alla frode dell’agenzia assicurativa che avrebbe dovuto pagarle la LIP per la morte accidentale del marito, su un altro versante abbiamo un narratore onnisciente esterno che fa capolino più di qualche volta per chiarire meglio alcuni fatti più tecnici o, nelle battute conclusive, prettamente documentali, accompagnato spesso da sarcastiche sequenze animate per aiutarlo, e ancora c’è una terza faccia con il punto di vista dei due soci dello studio Mossack Fonseca – gli avvocati e truffatori Jürgen Mossack e Ramòn Fonseca, appunto, interpretati da un istrionico Gary Oldman e Antonio Banderas – che narrano la loro versione della storia e si prendono gioco dei personaggi in scena, narratore in voice-over incluso spiegando come le cose funzionano realmente, e non come funzionerebbero in teoria.

The laundromat è una commedia con punte di nero e un ritmo molto vivace che diverte, fornisce un resoconto puntuale e al contempo avanza delle pretese politiche. Il grande merito di Soderbergh è quello di incastrare perfettamente i tre piani senza voler apparire troppo esplicito e mascherare bene fino alla fine del film la sua esortazione, e cioè una critica al sistema statunitense che si fa condizione di possibilità della nascita di nuovi paradisi fiscali, ne agevola la prosperità con leggi ad hoc ed è squassato da un gigantesco conflitto d’interessi. La “denuncia” viene affidata ai personaggi che rompono al quarta parete e palesano la finzione filmica, con un discorso che non rinuncia all’umorismo neanche nella climax preferendo mascherare il tono evidentemente accusatorio con la teatralità.

L’idea all’inizio era quella di non allontanarsi troppo dal tracciato e provare a fare una cosa alla Spotlight, tanto per citare un esempio recente, ma complice l’antipatia dello sceneggiatore Scott Z. Burns per i giornalisti e la loro retorica nell’attribuirsi il merito della rivelazione che poi è farina del sacco del whistleblower soprannominatosi Mr. John Doe, la conclusione è stata quella di provare a raccontare tutto come fosse uno show, e infatti Oldman e Banderas agiscono da veri e propri host da varietà, tra battute, spiegazioni barocche e gesticolate e qualche scena in character (ma comunque sopra le righe) all’interno della narrazione principale. Il piano-sequenza con cui si rivelano all’inizio del film, introducendo su un palcoscenico preistorico come funziona il concetto di credito e a quali implicazioni folli può arrivare nel moderno sistema economico-finanziario, è tutto un programma, non è che l’inizio di un montaggio frizzante e diversificato (animazione, compenetrazioni spaziali, la mdp che si fa scorgere a più riprese e in più modi) che è la vera chiave che permette a questo film di incastonarsi nella categoria della commedie.

Una commedia, inoltre, in grado di raccontare tutti i lati di questa faccenda, da una parte abbiamo i poveracci che si ritrovano senza nulla a causa dell’insolvenza pianificata da parte dei vari Mossack e Fonseca, su quello opposto coloro i quali utilizzano consapevolmente questo sistema e possono ritrovarsi coinvolti in un altro sistema di truffe a causa dell’incredibile mobilità del denaro digitale, su un altro piano ancora invece vicende di natura prettamente economica di mischiano con la politica, a partire dagli stati che tentano di cavalcare in prima persona la congiuntura delle leggi finanziarie.

Chiaramente nel concludersi, nonostante lo stile rimanga il medesimo, The Laundromat si fa più testuale e didascalico, e parla apertamente di tassazione, di tax avoidance (reato) e tax elusion (non reato) e della linea tra le due cose parlando chiaramente di come gli organi legislativi spesso debbano rendere conto alle élite che beneficiano in primis di queste zone d’ombra. E lo stesso vale anche per i partiti per cui Soderbergh invoca una serie di provvedimenti che ne aumentino la trasparenza ipotizzando addirittura in finanziamento pubblico o almeno semi-pubblico, cosa che in America apparirebbe come una bestemmia o giù di lì vista la natura organica che il lobbying ha assunto nel sistemo politica degli USA. Giù il cappello per questa commedia di denuncia.