Anche quest’anno la Mostra del Cinema di Venezia ospita la sezione Biennale Collegeiniziativa unica nel panorama dei festival internazionali che prevede una selezione di tre film diretti da registi esordienti o alla loro seconda esperienza e prodotti  dalla fondazione Biennale di Venezia tramite un microbudget. Ad aprire questa settima edizione è This Is Not A Burial, It’s A Resurrection, lungometraggio prodotto e girato nel lontano Lesotho, enclave del Sudafrica dove è nato è cresciuto il giovane regista Lemohang Jeremiah Mosese, alla sua seconda fatica cinematografica.

 This Is Not A Burial, It’s A Resurrection è ambientato in un remoto villaggio montano del paese, dove il ministero delle infrastrutture vorrebbe far erigere una diga la cui costruzione porterebbe alla distruzione del cimitero della comunità. Nonostante l’approvazione (seppur controvoglia) da parte del capo villaggio, il progetto troverà una forte opposizione da parte di Mantoa (interpretata dall’ottantenne attrice sudafricana Mary Twala Mlongo), un’anziana abitante, che utilizzerà tutte le forze che le sono rimaste per guidare un movimento di protesta all’interno della propria comunità.

Con uno stile semplice ma pulito e asciutto, il regista vuole raccontare una storia di denuncia che ha lo scopo di aprire gli occhi su un problema che affligge il suo paese di origine da anni, vale a dire le continue opere di ingegneria idrica e di modifica del paesaggio che vengono attuate in Lesotho in modo da convogliare le risorse idriche del paese fino in Sudafrica costringendo gli abitanti dei villaggi a spostarsi in continuazione, come ha spiegato durante il Q&A conclusione della proiezione.

L’intento è nobile e il film è arricchito da campi lunghi su scorci suggestivi, a ricordare i paesaggi che vengono continuamente stravolti in nome del progresso (“ogni volta che provo a dire la parola progresso mi scivola la lingua in gola”, ricorda il personaggio del capo villaggio nel nel film). Il problema principale di This Is Not A Burial, It’s A Resurrection è però una consistenza mancanza di ritmo e una sceneggiatura molto scarna,  che rende il film pesante nonostante la durata di appena un’ora e quaranta. Ottima la performance della protagonista, che come ha spiegato la produttrice durante l’incontro con il pubblico si è resa disponibile a girare per oltre un mese tra le montagne sperdute del Lesotho nonostante l’età.