Venezia, Teatro La Fenice – Ernani

VENEZIA-Ernani è di scena al Teatro La Fenice fino al 28 marzo, in un nuovo allestimento in coproduzione con Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia. Opera giovanile, partorita durante gli “anni di galera”, debuttò proprio a Venezia il 9 marzo 1844, sancendo il sodalizio con il librettista Francesco Maria Piave e consacrando Verdi sul palcoscenico internazionale: fu, con Nabucco, la prima opera verdiana tradotta in inglese e rappresentata a Londra nel 1845 al Teatro Haymarket. Verdi, ricorda Abbiati, fa di Ernani una “prolusione accademica”, anticipando soluzioni che riprenderà ad esempio in Trovatore, Traviata e Ballo. Ben tre uomini che si contendono la stessa donna permettono a Verdi di esplorare la varietà dei registri maschili, degni della scrittura cupa che pervade la partitura.

Proprio questa oscurità sembra affascinare Andrea Bernard che cura la regia di un Ernani sostanzialmente freddo, più interessato a creare quadri plastici che alla psicologia dei protagonisti. Sul preludio iniziale scorrono le immagini di Ernani bambino che piange la dipartita paterna e l’azione principia proprio dal bandito adulto chino sulla sua tomba. Il fantasma del genitore torna in alcuni momenti salienti nelle vesti di arcangelo Michele dalle ali un po’ goffe, a presenziare una dimensione altra non strettamente funzionale. Per il resto, le masse sono ben gestite, ma la recitazione rimane abbozzata, poco enfatica, tanto da gettare persino qualche dubbio sulla fedeltà di Elvira stessa che non sembra troppo combattuta tra i pretendenti. Peccato, perché Bernard è regista capace che altrove ha osato con coraggio (per esempio in una Traviata a Bolzano), ma qui sembra ispirarsi troppo alla poetica pizziana, fatta di contrasti cromatici e linee pulite. Il tutto è inserito nelle scene di Alberto Beltrame, ruderi di castelli, chiese e palazzi che calano dall’alto, dal taglio chiaramente minimalista e metafisico, ben illuminate da Marco Alba. I costumi di Elena Beccaro, seppur fini nella loro semplicità, assecondano un’idea di glamour che punta più alla simbologia dei colori che all’originalità delle fogge. Certo è che i mutandoni poco enfatizzano il protagonista così come brutte sono le maschere della festa finale, arricchita da una banale pioggia di coriandoli dorati.

Riccardo Frizza rimane nel solco di un primo Verdi concitato, impetuoso, pieno di pathos e dinamiche nerborute. Eppure, non mancherebbero circostanze in cui far risaltare i cantanti, spinti a sovrastare l’orchestra e meno ad approfondire il dettato vocale che qui è comunque ricco di sfumature, contrasti e colori ben definiti, ma non sempre valorizzato.

Sugli scudi Michele Pertusi, Silva davvero di pregio, vocalmente ancora in grado di restituire con grande autorevolezza la complessità del personaggio, dal fraseggio sempre ricco e convincente. Anastasia Bartoli, nella parte di Elvira, dimostra di possedere notevole estensione, soprattutto in acuto, ma difetta in espressione, troppo algida, quasi distaccata. Nel ruolo eponimo, Piero Pretti si disimpegna correttamente, senza sbavature, ma lo slancio lirico latita, così come il canto risulta poco vario in colori e dinamiche. Ernesto Petti sarebbe Don Carlos perfetto, se non fosse per certi suoni forzati che sporcano la possente linea di canto. Rimane comunque interprete dal timbro notevole e sicurezza nel registro acuto.
Completano il cast Rosanna Lo Greco, Giovanna, Cristiano Olivieri, Don Riccardo, e Francesco Milanese, Jago.

Il coro, preparato da Alfonso Caiani, strappa l’applauso sicuro col “Si ridesti il Leon di Castiglia”, ma sovente risente di qualche scollamento con la buca.

Successo caloroso per tutti al termine della replica del 19 marzo.

Luca Benvenuti