Fermi tutti, non è né uno spot promozionale per Trenitalia né uno di quegli articoli pseudoumoristici su lati positivi e negativi delle banalità quotidiane, ma solo una breve recensione. L’oggetto della stessa è il film d’esordio di Aritz Moreno, basato sul libro omonimo di Antonio Orejudo definito già nel trailer come un “romanzo inadattabile”; e in effetti non ci sentiamo così su due piedi di opporci a questa affermazione perché provare a condensare in poche righe la pregevole sceneggiatura di questa opera prima sarebbe operazione a dir poco complessa.
Ventajas de viajar en tren è un intrecciarsi di storie e metaracconti contenuti gli uni dentro gli altri fino al cortocircuito. Tuttavia non si tratta di un film strutturato su di un gioco di scatole cinesi come verrebbe spontaneo pensare a questo punto, assomiglia infatti più a Strade perdute o Effetto notte che non ai film di Charlie Kaufman con la loro mise en abyme, le dinamiche narrative sono quelle del nastro di Möbius – o della scala di Penrose, dipende da qual è la vostra incisione di Escher preferita. Gli unici appigli che ha lo spettatore sono i tre protagonisti: Helga Pato, editrice sprovveduta che forse non dovrebbe ascoltare gli estranei che incontra in treno, il loquace psichiatra Ángel Sanagustín, e il suo peggior caso clinico, che risponde al nome di Martin Urales de Úbeda. È Ángel a narrare la prima storia, quella che poi darà origine a tutte le altre, il cui insieme andrà a costituire un tragicomico multiverso simil-borgesiano.
“Immagina una donna che torna a casa e sorprende il marito mentre ispeziona la sua merda con il bastoncino di un ghiacciolo” è l’incipit del film. Tutto un programma in una sola frase. Helga ha appena fatto ricoverare il marito di cui sopra con lo hobby per la coprologia, e sul treno di ritorno incontra Ángel e il suo dossier di cartelle cliniche tra le quali spicca, dopo la storia di Martin, proprio quella di Helga e del suo passato, in barba alla cronologia degli eventi. Con questo escamotage il regista non solo biforca la narrazione, ma crea i presupposti per un film labirintico in cui finiscono per coesistere una moltitudine di eventi sovrapponibili solo in parte, come se l’intero film fosse una camera di compensazione, l’intersezione di tre insiemi su piani spazio-temporali differenti. Eppure Ventajas de viajar en tren è tutto fuorché un film di fantascienza, la molteplicità di dimensioni è lo spettatore a postularla per orientarsi davanti alla concatenazione di metanarrazioni su metanarrazioni, siamo davanti invece a una commedia nera – nerissima – il cui vero protagonista e conduttore è il potere dato alla fantasia, che si estrinseca di volta in volta in maniera differente alternando forme, ispirazioni e registri, giocando di sponda sulle interpretazioni opposte dei due personaggi più presenti: alla catatonica Pilar Castro fa da contrappunto un Luis Tosar che è eufemistico definire istrionico.
Si passa dal favolistico al distopico, dal surreale al grottesco, dal paranormale all’assurdo comico, dall’allucinato al granguignolesco, il tutto condito da feticismi vari e assortiti, zoofilia, coprofagia, travestitismo, violenza domestica, pedofilia e snuff, complottismi e porno-disabilità. In mezzo al trambusto però si possono intravedere dei leitmotive inquietanti, tali in quanto di questo mondo o non di altri. Riaffiorano a più riprese elementi come l’abuso di potere, la crudeltà nei rapporti familiari e sentimentali, l’emarginazione sociale nel lavoro e nella sfera emotiva, e quando succede è sempre in momenti di transizione, quelli orfani della fantasia di cui sopra e dunque realistici, così da accompagnare all’immaginario folle che regge la pellicola delle stilettate ancora più disturbanti, caricandola di significati che si stratificano di pari passo con la narrazione.

In fin dei conti si tratta sempre di un divertissement, di un film giocoso che titilla di continuo i suoi confini per poi girarci intorno e gradualmente, impilando strato su strato, pervenire a una forma di inquietudine dal volto sempre più nuovo e originale, con un’estetica che spazia dai colori e dalla fotografia pastello di Wes Anderson al bizzarro quasi fumettistico di Álex de la Iglesia. Diversamente da molte delle altre opere cui Ventajas de viar en tren potrebbe essere accostato per un discorso di prossimità, il gioiellino di Moreno ha un’organizzazione abbastanza solida da vanificare il rischio di dissociarsi e perdere di compattezza nel finale poiché ogni ramificazione acquisisce una sua identità e al contempo si intreccia con le altre senza compromettersi. In fondo il cuore del film è il lavoro in fase di scrittura, perfettamente equilibrata nonostante l’abbondante dose di delirio che la permea, ma Ventajas de viar en tren è ben lungi dall’essere inquadrabile solo ed esclusivamente da questa prospettiva, possedendo e non esitando a usare stravaganti risorse per farsi apprezzare, come un chimerismo spinto e la capacità di turbare lo spettatore facendolo immedesimare nell’imbarazzo e nella bruttura di alcune situazioni. Questi e altri fattori ci svelano uno dei film di nicchia più intriganti di questa sfortunata prima metà del 2020.






