“12 anni schiavo” di Steve McQueen

La memoria made USA

Saratoga, New York 1841; Solomon Northup è un suonatore di violino, la sua pelle è nera, vive libero tra i bianchi con la moglie e i due figli; ma un giorno, a Washington per uno spettacolo, Salomon cade in una trappola e si ritrova incatenato in un sotterraneo della città, convinto con la violenza e le frustate a non rivendicare la sua identità. “Non sei un uomo libero, non vieni da Saratoga, sei uno schiavo fuggito dalla Georgia”. Per lui non c’è più niente da fare, è diventato bestiame di valore, uno schiavo per le piantagioni della Louisiana.

Un musicista nero del nord diventa schiavo nel sud, liberato dopo dodici anni di resistenza torna alla sua famiglia. La sua testimonianza raccolta da David Wilson è pubblicata nel 1853*, pochi anni prima della Guerra di Secessione. Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Lupita Nyong’o e Brad Pitt, l’inferno di Salomon Northup è diventato un film, vincitore del Golden Globe 2014 e candidato a nove Oscar (Via col Vento, una narrazione dal punto di vista opposto, nel ‘39 ne vinse otto).

Dopo Lincoln e Django Unchained, un nuovo capitolo sulle atrocità dello schiavismo d’un tempo, la cui memoria ritrova vigore al tempo d’Obama. Solomon è uno schiavo dal corpo imponente, luce ritagliata nel buio come nella prima sequenza in catene. A poco a poco la sua ribellione impara a comprimersi tra i muscoli, nello sguardo, per resistere a una violenza continua che vuole annientarlo. In scena sono la dannazione e la salvezza del singolo: lo schiavo e il padrone si sovrappongono a una natura lussureggiante che pare non accorgersi di nulla, nei quadri fissi che cadenzano il passare del tempo e pausano le atrocità reiterate. La regia di Steve McQueen (Hunger, Shame) non risparmia nulla allo spettatore, mette in scena il supplizio restituendone, con un campo lungo, la sua estenuante durata. La pacifica convivenza al nord dura poco, ritorna con brevi flash back, mentre il sud si presenta dal sapore coloniale, dove l’efferata crudeltà del padrone che schiavizza, tortura e stupra si accompagna all’alcol e alla depravazione: come icone più recenti, figure del male fragili e spietate.

La macchina da presa da poca requie all’orrore, anche il fuoricampo grava sullo spettatore: quando non è inquadrata la schiena scorticata dalle frustate se ne sente il sibilo, la sferzata e il lamento. La tensione rimbalza da un’inquadratura all’altra. Chi è in sala assiste inerme al passaggio dalla libertà di una vita normale alla perdita di tutto, allo sfruttamento fino all’ultimo respiro; la violenza, il lavoro estenuante, l’imprevedibilità dell’ira del padrone, l’umiliazione dell’essere umano perpetrata da altro essere mano. Ma quel che manca nel film di McQueen è il racconto del sud; padrone e schiavo, carnefice e vittima non riescono a essere fino in fondo paradigma di un sistema, di un’economia, di una politica, di una pagina di Storia: nel confronto uomo-uomo, sud-nord viene meno il contesto, quello che oggi potrebbe essere utile come monito e per rendere riconoscibili altre schiavitù declinate: altri esempi di sfruttamento e coercizione disseminati nel mondo. Il singolo che sopraffà e riduce in schiavitù il proprio simile, può far inorridire, ma se si tengono le ragioni fuori dallo schermo, allora tutto l’orrore perde forza: pur con le migliori intenzioni, dopo un orrore momentaneo è poi più facile disfarsene, cristallizzando tutto in una storia remota.

* Solomon Northup, 12 Anni Schiavo Newton Compton, 278 p. 2014 9,90 euro

Titolo originale: 12 Years a Slave
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 133’
Regia: Steve McQueen
Sito ufficiale: www.foxsearchlight.com/12yearsaslave
Cast: Chiwetel Ejiofor, Dwight Henry, Brad Pitt, Paul Giamatti, Michael Fassbender, Paul Dano, Benedict Cumberbatch, Sarah Paulson, Garret Dillahunt, Quvenzhané Wallis, Alfre Woodard
Produzione: Regency Enterprises
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 20 Febbraio 2014 (cinema)