Chi si ricorda quando ha smesso di vedere il mondo come un luogo meraviglioso e innocente? Purtroppo succede a tutti, prima o poi. “Land of the dead deer”, corto iraniano presentato al festival FiatiCorti 2025, è un grido disperato dei ricordi di un’infanzia spensierata, memorie inconsolabili e sepolte sotto strati di sciagurata maturazione.
Il piccolo protagonista di “Land of the dead deer” è ricolmo di gioia, incantato, quando la sua visuale sul mondo è filtrata attraverso la sua cara sfera di vetro. Ancora riesce a far lavorare la fantasia che non è stata atrofizzata da sovrastrutture, tanto che riesce a trasformare un gatto in cervo con la sua mente immaginifica. Quando tenta di inseguirlo finisce per cadere da un muretto e ritrovarsi in una dimensione onirica (la transizione viene chiaramente annunciata dalla telecamera che si ribalta sottosopra descrivendo un arco al di sopra del giovane che sta camminando, a indicare la discesa nella tana del bianconiglio).
Vagando per la boscaglia il bambino si imbatte in una struttura fatiscente, il rudere di una scuola, nei pressi del quale un vecchio scava fosse per cadaveri. Il significato letterale di un’aula scolastica si contrappone a quello metaforico di gessetto e lavagna, davanti ai quali il bambino non può che provare un senso di vertigine: è l’incombenza di un destino che dovrà scriversi da solo. Quando l’ultima speranza di ritornare alla fanciullezza si fa concreta nel palco di cervo trovato in una armadio, il ragazzetto scopre che il vecchio lo sta osservando e perciò si dà alla fuga con la preziosa reliquia, cercando di tenersi stretto quel pezzo di giovinezza rimasto, ignaro che un destino crudele lo attende poco dopo.
Stando a quanto dichiarato ci troviamo di fronte a una storia che vive ciascun giovane in Iran, ma che in realtà si potrebbe estendere a tutto il mondo. Ciò che viene criticato è quella che i Pink Floyd chiamavano “la macchina” in “Welcome to the Machine” (1975). Loro denunciavano l’industria musicale e il suo potere appiattente, ma si riferivano anche, in senso lato, ai sistemi, propri di questa civiltà moderna, che indirizzano, uniformano e controllano. Nel film si pone l’accento sul sistema scolastico, il primo ingranaggio che introduce l’individuo a quello che sarà sempre di più uno stato di libertà limitata e perdita di autenticità. Immaginazione e sogni vengono eradicati da una spinta al conformismo, alla competizione e all’ubbidienza. Creatività e amore appassiscono, contribuendo a demolire lo spirito, assieme alle speranze e al potenziale che ci rendono vivi.
Il cervo, lungi dall’essere una scelta arbitraria, è una creatura dal carattere fortemente simbolico, che fa pensare alla rigenerazione vitale, testimoniata dal rinnovo periodico delle corna. Sul grande schermo il cervo si ritrova spesso proprio per la sua carica evocativa. Nel classico dell’animazione “Bambi” (1942) troviamo un cerbiatto costretto ad affrontare, tramite la perdita, il passaggio dall’infanzia protetta alla vita adulta. Un autentico cervo invece diventa specchio di una trasformazione interiore nel capolavoro “Il Cacciatore” (1975, dal titolo originale “The Deer Hunter”) quando Michael (De Niro) lascia andare l’animale invece di ucciderlo col suo fucile, rendendosi conto di avere perso il senso di quel rituale di caccia.
Il destino del fanciullo, come di tutti noi, è perciò segnato irrimediabilmente? Forse no, almeno finché pellicole come “Land of the dead deer” ci terranno vigili rispetto al torpore del sistema omologante che si autoalimenta, perché non ci permette di vedere la magia dietro alla materia, finché l’adulto si ritrova a non sapere nemmeno cosa si stia perdendo. Sarebbe un peccato reprimere il nostro bambino interiore, come pensa anche Schopenhauer quando dice: “ogni bambino che nasce è in qualche misura un genio, così come un genio resta in qualche modo un bambino”.





















