Vincent Grashaw, regista indipendente e voce tra le più interessanti di un certo cinema americano, al Milano Film Fest concorre con Keep quiet, pellicola già passata al Festival di Locarno e da altre rassegne internazionali.
Keep quiet, il film
Il poliziotto nativo americano Teddy Sharp (uno straordinario Lou Diamond Phillips) e la sua nuova partner Sandra (Dana Namerode) danno la caccia al fuggitivo Richie (Elisha Pratt) che è in cerca di vendetta. Emergeranno scomodi segreti, guerre tra gang rivali ed equilibri insospettabili.
Criminalità, violenza e povertà, fanno da sfondo alla storia dei personaggi, ingombranti come il passato tormentato del poliziotto e della traumatizzata partner lavorativa.
Difficile definire un solo genere per questo film. È un thriller in atmosfera poliziesca, ma soprattutto un western con tutta l’epica moderna ad esso connessa che racconta quanto in ciascuno sia diversa la percezione della giustizia, del diverso e dell’errore, valorizzato anche da un climax calibratissimo nei tempi e nei toni narrativi (merito anche della sceneggiatura di Zach Montague che non fa sconti a nessuno).
Un film politico
Keep quiet è un film coraggioso, fortemente voluto dai sezionatori del concorso per lungometraggi del Milano Film Festival, per la sua potente chiave politica. Coraggioso, soprattutto in piena epoca trumpiana, punta il dito senza contro un certo tipo di discriminazione, raccontando solo all’apparenza la solita storia di un poliziotto in cerca di redenzione.
Il vero focus è uno sguardo peculiare sul mondo delle riserve dei nativi americani, sempre più limitate ed erose nella propria autonomia e identità. A testimoniare quanto questa pellicola sia importante per i nativi americani, vediamo infatti nei credits la collaborazione con le Film Commission delle tribù Cheyenne, Arapaho e Shoshone.
Nessuno, però, è del tutto innocente (o colpevole) nella pellicola di Vincent Grashaw: non la polizia, non i nativi della comunità, né i criminali rei dei crimini più truci. In questo film nessuno scampa ai propri demoni, capaci di segnare l’intero futuro di una vita o di un’intera comunità. Unica via di scampo? Una scelta consapevole.
Il regista e un Phillis in piena parte ci disegnano così l’affresco di un’umanità complessa, dove il confine tra Bene e Male travalica le linee tradizionali per ridisegnarsi su geometrie molto più complesse che risalgono fino alle radici storiche di un popolo.











