BERLINALE 2009: Haiti Chérie

Il film di Claudio Del Punta nella sezione Culinary Cinema

Haiti Chérie di Claudio Del Punta già vincitore del Premio Giuria dei Giovani al 60° Festival di Locarno, è stato proiettato martedì 10 febbraio, alle ore 22, al Martin Gropius Bau all’interno della sezione Culinary Cinema della cinquantanovesima edizione del Festival di Berlino.
Il film è rappresentato a Berlino dalla High Point Media Group, la società inglese che si occuperà anche della distribuzione internazionale.
Interpretato in massima parte da attori non professionisti, in bilico tra narrazione e documentazione, Haiti Chérie (il titolo deriva da una canzone di Toto Bissainthe, celebre attrice e cantante haitiana, le cui melodie sono alla base della colonna sonora del film) racconta le disperate condizioni di vita nei batey, i villaggi di baracche nelle quali vivono gli immigrati haitiani impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero in Repubblica Dominicana, privati di ogni diritto e tutela sindacale e sfruttati dai grandi proprietari terrieri. Al centro della storia le vicende di Jean Baptiste e Magdaleine, giovane coppia di haitiani che lavorano in una di queste piantagioni, da cui tentano di fuggire per tornare nella meravigliosa e sventurata Haiti.

Si tratta di immigrati haitiani, giunti dall’altra parte del confine in cerca di un futuro che ad Haiti decenni di dittature e di miseria hanno reso un miraggio. Nella cultura dei Taìnos, la popolazione indigena che abitava l’isola di Haiti prima dell’arrivo di Colombo, il ‘batey’ era la piazza utilizzata per le cerimonie, i giochi e le danze, intorno alla quale avevano costruito le loro capanne. Questa pacifica e sfortunata civiltà fu distrutta in pochi anni di colonizzazione europea. L’isola, ribattezzata Hispaniola, è ora
divisa in due repubbliche indipendenti: Haiti e la Repubblica Dominicana.
Oggi, nella Repubblica Dominicana, batey è il termine utilizzato per indicare gli accampamenti costruiti all’interno delle piantagioni di canna da zucchero in cui i lavoratori vivono. Ce ne sono circa 500 nella campagne dominicane e ospitano più di un milione di haitiani. Le organizzazioni per i diritti umani hanno a lungo denunciato le terribili condizioni dei batey parlando di vera e propria schiavitù. Secondo una relazione fornita nel 2005 dall’Unione Europea, le contestazioni delle autorità internazionali e delle associazioni dei diritti dell’uomo per gli abusi nei bateyes variano da “omicidio a maltrattamento, da espulsione di massa a flagrante sfruttamento, da deplorate condizioni di vita a mancanza di conoscenza dei diritti dei lavoratori”. Nelle piantagioni gli haitiani vivono senza documenti, privi di identità giuridica e di tutela sindacale, ammassati in capanne sprovviste di elettricità, acqua corrente e servizi igienici, lavorano senza limiti di orario per una paga irrisoria, spesso corrisposta sotto forma di buoni da
spendere negli spacci interni al batey, cosicché la proprietà delle piantagioni finisce per riciclare anche lo scarsissimo reddito corrisposto ai lavoratori. I lavoratori non possono nemmeno lasciare il batey per la mancanza di mezzi economici e di trasporti, ma soprattutto a
causa della sorveglianza armata. E tutto questo avviene a mezz’ora di macchine dalle meravigliose spiagge dei paradisi per turisti, che a loro insaputa alimentano l’economia di uno stato razzista e sfruttatore. E soprattutto, lo zucchero prodotto in quel modo va ad addolcire subdolamente il caffè di milioni di persone che ogni mattina lo utilizzano, senza sapere che viene prodotto nel disprezzo, nell’umiliazione e nel sangue di quei lavoratori Haitiani.

Quest’anno Culinary presenterà cinque lungometraggi, cinque documentari e sei corti che saranno seguiti da esperienze gastronomiche e dibattiti. In cartellone anche altri due film italiani Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio e Terra Madre di Ermanno Olmi, in sieme a due cortometraggi, Buono Come il Pane di Giancarlo Matcovich e Pasta Connection di UniSG.