Al Teatro India di Roma va in scena dal 14 al 20 febbraio 2005 uno spettacolo forte, intenso e ben recitato: Cara professoressa è un’opera originale e profonda sia dal punto di vista realizzativo che drammaturgico.
Con una morale acuta e un’attenzione particolare alla psicologia dei personaggi, l’autrice, una delle più affermate e interessanti scrittrici della perestrojka gorbaciovana, crea un testo capace di coinvolgere e far soffrire lo spettatore.
Elena Sergeevna, un’insegnante nubile con la madre in ospedale, mangia da sola leggendo il giornale, nel suo piccolo e povero appartamento dai colori smorti, in una città russa degli ultimi anni dell’impero sovietico. Così comincia lo spettacolo: all’insegna del realismo a volte crudo e spinto all’estremo.
La scenografia riproduce la piccola abitazione quasi completamente: mancano infatti solo la quarta parete e quella divisoria tra le due stanze principali. Questo consente un gioco di spazi visibili e non, di scorci e sagome dietro le porte. Da una di queste zone nascoste entrano in scena, dopo un lungo dialogo spesso sospeso da strani silenzi, quattro studenti della donna, che vengono a sorpresa a farle un regalo di compleanno, a festeggiarla e dopo poco a ricattarla.
La situazione si evolve gradualmente: all’inizio sembra che ci sia un certo imbarazzo tra i ragazzi, ma, nonostante come spettatori possiamo ascoltare i dialoghi in ogni stanza, la nostra onniscienza non è retroattiva, non supera i confini dell’appartamento e con difficoltà penetriamo nella mente dei giovani per capirne gli scopi. L’insegnante invece non nasconde nulla, spontanea e diretta svolge il suo lavoro attraverso la trasmissione della sua esperienza di vita, non si maschera; la sua modificazione è solo una disperata accentuazione del suo modo di essere.
Mentre osserviamo le prime piccole quotidiane azioni, che poi cresceranno in atti sempre più fuori dal normale, emerge pian piano quello che è il nucleo dell’evento: la completa mancanza di coscienza e di morale dei ragazzi che sono disposti a tutto per riuscire ad essere qualcuno nella vita, contrapposti al rigore e all’umiltà dell’onestà dell’insegnante. Le due fazioni descrivono due diversi modi di vivere e considerare la vita; entrambe le parti con forza e convinzione portano avanti la propria verità finché nel finale l’estremo a cui si arriva spezza tutte le certezze.
La donna inizialmente riesce a sostenere le pressioni e le violenze verbali ribattendo con tenacia alle dichiarazioni di auto-legittimazione dei quattro, poi, di fronte all’intrusione nella sua intimità, reagisce con asprezza e rabbia per richiudersi infine in un silenzio disperato. In breve tempo si trasformano i rapporti tra i personaggi e si accavallano le reazioni, con un’accelerazione e una condensazione delle modificazioni nelle relazioni che martellano lo spettatore e lo fanno partecipare al dolore subito dalla donna. Un modo di costruire il dramma terribilmente realistico e toccante.
Le parole e le espressioni usate nei lunghi tentativi di prevalere delle varie parti riflettono un interiorità in cui facilmente lo spettatore si riconosce, aiutato anche da interpretazioni ottime: se all’inizio i toni possono sembrare inusuali e un po’ impostate, poi si amalgamano nella storia e nell’atmosfera costruendo dei personaggi ben delineati e molto verosimili.
Uno spettacolo da non perdere perché capace di far riflettere e provare emozioni forti come raramente accade. Il quadro che l’autrice prospetta è triste e carico di negatività, ma il messaggio che vuole dare non è pessimista perché la dimostrazione di una tale forza d’animo fa provare un vero rispetto per il valore delle persone integre e sensibili.
CARA PROFESSORESSA – premio UBU 2003 migliore novità straniera; di Ljudmila Razumovskaja; traduzione di Mauro Belardi; con: Maria Paiato, premio ETI – Olimpici del Teatro 2004 migliore attrice protagonista; Artisti: Maria Paiato, Denis Fasolo, Enzo Paci, Claudia Coli, Fulvio Pepe
Regia: Valerio Binasco; Scenografia: Antonio Panzuto
Costumi: Sandra Cardini; luci di Pasquale Mari
consulenza drammaturgica di Nicola Pannelli; regia di Valerio Binasco






