Lo si ascolta assorti Pasolini, colti da quell’improvviso malessere così simile alle sue poesie, in una stanzetta fredda di questa mostra che ne celebra i trent’anni dalla scomparsa. Un suono flebile ma deciso che rimanda i suoi versi attraverso l’altoparlante, mescolati al vociare di una folla che ne ricorda le gesta fissando fotografie, cimeli e prime pagine di quotidiani. Sorpresi per un attimo sul luogo della memoria, alle prese con la storia di un delitto atroce quanto le sue parole: io muoio, e anche questo mi nuoce.
Non è facile ricordare Pier Paolo Pasolini, non è facile farlo quando scatta l’ora del rimpianto forzoso, dell’inesorabile suono di un tempo che solo ora appare reale, scardinato dall’intelletto di un artista straordinario, poliedrico, dissacrante. Pier Paolo Pasolini è morto, è stato ucciso, si urlava nelle borgate romane quel 2 novembre del 1975. E lo conoscevano tutti, ma proprio tutti, quel volto austero, quel nome altisonante che rimbalzava soavemente dal cinema alla letteratura, dalle pagine di cronaca ai campi di calcio. Ma in troppi, ancora oggi, sono quelli che lo ricordano come uno perverso, un omosessuale che ha fatto la fine che meritava.
Dimenticare questo significa dimenticare Pasolini e il suo insegnamento. Significa fare la veglia ad un morto con le lacrime finte e miserabili di chi, qualche anno fa, era dall’altra parte della barricata a denigrarne il valore. Quel pettegolezzo era la vera pornografia, l’oscenità scomoda che lo ha ucciso – lasciandolo inerme e senza vita – in una di quelle borgate fatte di povertà e miseria, popolate di personaggi che con tanta forza ha descritto, compianto e perdonato.
C’era lui col popolo a raccontare la piccola Italia, quella degli esclusi, degli emarginati, dei reietti. C’era lui a parlare per primo di omologazione culturale, della mutazione antropologica degli italiani alle prese con il consumismo sfrenato, c’era sempre lui a ricordare il nuovo fascismo laico dei media massificati. Ma non c’era lo Stato. Non c’era la chiesa a perdonargli quella sua fede così personale, così privata, così vera da non essere ostentata su di un altare. Adesso siamo noi ad accoglierlo in processione, con gli occhi lucidi e le frasi di circostanza. E a ricordare a noi stessi che quell’Italia che non voleva accettarlo, che non voleva riconoscersi nelle sue parole, è ancora viva e ancora in piedi. Lui no.
Forse è cambiata la morale o forse si è trovata una via di fuga alla vergogna. Quelle parole facevano male, raccontavano come eravamo e come saremmo diventati. Pasolini indicava la luna, noi gli guardavamo il dito. Ora che siamo quello che lui sapeva saremmo stati, c’è il sospetto che quelle parole, non contino già più. Che siano mutate insieme a lui, che nascondano altre pieghe di un tempo che nessuno è più in grado di leggere. Il tempo degli imbonitori politici, delle isole famose, dei divorzi in diretta, delle stragi di mafia ripiegate in trenta secondi di telegiornale. Il resto è pubblicità.
E in questa tempesta non resta che rifugiarsi all’interno di un museo. A contemplare il set del film Accattone, ad ascoltare per ore le parole di chi non l’ha mai tradito. Di chi, da sempre, ha lottato per la sua purezza, denunciando lo Stato per l’avventatezza con cui ne ha archiviato l’omicidio.
Ma è necessario ricordare che fra quelle facce che lo compiangono ci sono anche le nostre che, mutate antropologicamente, non si distinguono più da quelle che l’hanno ucciso.
La mostra fotografica su Pier Paolo Pasolini è a Roma
dal 21 Ottobre 2005 al 22 Gennaio 2006.
MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE – PIAZZA SANT’EGIDIO 1B
Orari: MARTEDI’- DOMENICA 10-20
Lunedì chiuso
tel.065816563
INGRESSO Intero 6 euro/Ridotto 5 euro






