Diecimila greci, in larga parte spartani, per il sogno di un uomo: il trono dell’impero persiano. Quanto narrato dallo storico greco Senofonte, intorno al 390 a.C., nella sua “Anabasi”, rivive nelle pagine dell’ultima opera di Valerio Massimo Manfredi, attraverso gli occhi di una donna innamorata: Abira.
Abira non è nessuno e di questo è pienamente consapevole. Il suo villaggio, Beth Qadà, non ha la minima importanza all’interno dell’impero del Gran Re Artaserse, è un luogo fatto di vento, sabbia e nulla. Ma tutto cambia quando incontra il giovane Xeno, un ateniese in marcia con l’esercito dei Diecimila, gli uomini assoldati da Ciro, governatore della Lidia e fratello di Artaserse, con lo scopo di impossessarsi del trono. Abira lascia la sua casa, il cugino, al quale era legata da una promessa di matrimonio, per seguire il suo cuore e allora la sua vicenda si lega a doppio filo con la Storia ufficiale: quella della lunga marcia attraverso la Turchia, la Siria e la Mesopotamia, della battaglia di Cunassa, alle porte di Babilonia, della vittoria dei Diecimila, priva di significato a causa della morte di Ciro e della catabasi (il terribile viaggio di ritorno, attraverso il Kurdistan, l’Armenia e il Ponto Eusino). Così la narrazione logografica fatta da Senofonte (che nel romanzo è Xeno, l’uomo di cui Abira s’innamora) diventa il presupposto per la rivisitazione di quelle vicende attraverso una nuova chiave di lettura, quella data dal punto di vista di una delle numerose donne, non particolarmente considerate nell’Anabasi, al seguito dell’esercito greco e così i conflitti armati assumono ancora di più una dimensione irrazionale, di momento in cui il puro istinto maschile trova la possibilità di sfogarsi.
L’ottima ricostruzione storica, a cui Valerio Massimo Manfredi ha abituato i suoi lettori fin dai tempi di Palladion nel 1985 e de Lo scudo di Talos del 1988, è la caratteristica fondamentale di quest’opera, alla quale però non si unisce il colpo d’ala, il coup de theatre, la suspense che erano stati propri di altre opere dell’archeologo scrittore, come Il faraone delle sabbie, la trilogia di Alexandros, L’ultima legione. La volontà di essere fedele (giustamente) al testo di Senofonte lo porta ad adottare il suo stesso stile, piatto, semplice, chiaro, quello proprio di altri storici greci, come ad esempio Erodoto, quello adatto ad una narrazione di carattere storico, ma che mal si concilia con un romanzo (seppur storico). Mentre le prime cento pagine sono ricche di avvenimenti ed effettivamente coinvolgenti, le restanti trecento si risolvono nella continua ripetizione delle stesse difficoltà con le quali i Diecimila sono costretti a confrontarsi (l’inverno, la scarsità di cibo, gli attacchi da parte di tribù selvagge).
Ma, nonostante questo, L’armata perduta occupa la parte alta della classifica dei libri più venduti in Italia e – è notizia di pochi giorni fa – sarà in finale al Premio Bancarella. Dunque, sembra che Valerio Massimo Manfredi abbia fatto centro, ancora una volta.
Valerio M. Manfredi, L’armata perduta, Mondadori, 2007, pp. 413, Euro 19.






