domenica, Luglio 26, 2026
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“L’ULTIMA CASA” DI Tiziano Scarpa

Nel cimitero della quotidianità

Lo spettacolo di Tiziano Scarpa e dei Pantakin riscuote consenso tra il pubblico, ma lascia forti dubbi sulla scrittura drammaturgica.

Il premio Chièdiscena assegnato dalla RAI a Tiziano Scarpa non giunge inatteso. Lo scrittore, negli ultimi tempi, è spesso sotto i riflettori, partecipa, al pari di altri suoi colleghi, a qualsiasi evento che abbia un certo peso. L’attribuzione del premio era già nell’aria, se non altro per la popolarità dell’autore di Venezia è un pesce.
Ma dal punto di vista strettamente letterario questa Biennale ha proposto adattamenti più riusciti del testo di Scarpa: è il caso della forte drammaturgia tratta dalla Bottega del caffè di Turci e Giorgio e dalla tripartita operazione di riscrittura dell’interessante Goldoni Terminus.

Il testo di Tiziano Scarpa, concertato con Michele Modesto Casarin, banalizza alcuni aspetti legati alla quotidianità del vivere che letteratura e teatro hanno già accolto nelle scritture drammaturgiche. Sarebbe stato più opportuno che, invece di stravolgere completamente la commedia goldoniana, peraltro poco nota, si fosse modernizzato il testo senza voler fare denuncia o satira grottesca della società. Pur partendo, come ha ricordato lo stesso Scarpa, dall’individuazione dei nuclei tematici de La casa Nova, il testo de L’ultima casa sposta il piano narrativo dalle vicende legate ad un trasloco all’ultimo viaggio dell’uomo dalla vita alla morte. Per chi ha frequentato il Festival, il medesimo argomento era affrontato dalla raffinata drammaturgia di Siro Ferrone per Arlecchino all’Inferno, prezioso evento con un bravissimo Enrico Bonavera. Se questo secondo lascia al pubblico un senso di profonda malinconia, il testo di Scarpa latita.

Le maschere della Commedia dell’Arte, care e necessarie ai Pantakin, sono state attualizzate nelle figura della badante, dell’extracomunitario, del figlio non accettato dal padre, del vecchio con sogni di grandezza, nei punk e nella vedova, personaggi, consciamente esasperati, che affollano un cimitero in fase di allargamento. Il cimitero implica la morte, ma il tema è esasperato, rendendolo non grottesco, com’era negli intenti, ma trash quanto un film dell’horror in cui si vede che il sangue è pomodoro. La tematica sessuale e la danza macabra hanno sicuramente un valore apotropaico, come avveniva nella Commedia dell’Arte, ma senza spessore. L’agnizione finale, in cui tutti si tolgono la maschera e si scoprono altri, fa perdere il senso generale dell’idea stessa dell’attualizzazione delle maschere, e sembra un escamotage per concludere inutili lungaggini.
Mancava al testo lo spessore per diventare espressionistico e colpire duramente il pubblico.

Anche la compagnia di Pantakin non è a proprio agio in personaggi moderni che non sembra sentire.

L’ultima casa di Tiziano Scarpa
Regia Michele Modesto Casarin
Con Michele Modesto Casarin, Manuela Massimi, Roberto Serpi, Marta Dalla Vita, Federico Scridel
Scene e costumi: Licia Lucchese
Produzione Pantakin, La Biennale di Venezia, Città di Venezia – Beni, Attività e Produzioni Culturali – Teatro e Spettacoli