“LA TRAVIATA” DI GIUSEPPE VERDI

Una seducente Violetta nella società del dio Denaro. "La Traviata" di Verdi, diretta da Lorin Maazel, riapre la rinata Fenice

La Traviata, come una qualsiasi altra opera proposta per la riapertura, dopo otto travagliate stagioni sotto il tendone del Palafenice, non poteva essere che un evento emozionante e atteso.

Riportare a Venezia la Traviata non è stato un grande sforzo ideale, visto che l’ultimo allestimento dell’opera verdiana risale a due anni fa. La novità sta nel fatto che si è ripresa la prima edizione del 1853, per il Teatro La Fenice, in cui lo stesso Verdi aveva voluto ambientare la vicenda ai suoi giorni e rendere Violetta simbolo dell’amore in tutte le sue sfaccettature.

Robert Carsen in questo allestimento, un secolo e mezzo dopo, cala la protagonista nella vita odierna, mondana e festaiola, in cui niente si fa per niente a parte scoprire di essere amata amando.
Il sesso in parte, ma soprattutto il denaro è padrone di questo mondo, frivolo e fragile che sfugge la realtà per chiudersi in un limbo evanescente. Il denaro è dovunque: nel preludio dove alcuni clienti pagano Violetta, nel bosco, dove al posto di foglie cadono banconote, in Germont padre che anch’esso paga Violetta per lasciare il figlio, persino in Annina che paga il dottore dopo aver visitato per l’ultima volta Violetta.

Un’idea sviluppata dalla regia di Carsen è stata quella di utilizzare degli ingrandimenti di fotografie che Alfredo aveva scattato e donato a Violetta che, per tutto lo spettacolo, svolgono dei ruoli importanti: inizialmente sono un alter ego dell’amato Alfredo, che Violetta conserva gelosamente, nell’ultimo atto sono la cruda realtà di se stessa ormai vicina alla morte, così diversa da quella ritratta nelle fotografie. Un’immagine che per Violetta è insopportabilmente legata al passato che non può più rivivere.

In questo allestimento si è voluto sperimentare anche la vocalità dei protagonisti. Patrizia Ciofi, Violetta, seppur con qualche difficoltà vocale e a volte ricorrendo a un cantato-parlato dona a Violetta la freschezza di una donna giovane, bella e provocante a cui non serve perdonare le lievi imprecisioni perché si rimane ammirati dal suo fascino. Roberto Saccà, è un Alfredo fotografo. Di formazione tedesca ma con origini siciliane ha una chiarissima dizione, ma il canto risulta un po’ troppo carico di durezze e di gran vibrati principalmente nel primo atto. Entrambi possono permettersi questa poca “dimestichezza” coi personaggi perché sono guidati da una regia che, nella sua perfezione è attenta a ogni minimo gesto e movimento.
Germont padre è Dmitri Hvorostosky che pur con un’eco di accento russo risolve la tessitura più alta della versione del 1854 del secondo atto senza problemi.

Grande nome alla direzione, Lorin Maazel, che senza strafare dilata i tempi dei duetti ma senza rendere mai pesante la partitura. Pur con le poche prove fatte è in piena sintonia con l’orchestra e con un’opera che conosce a memoria.
Grandissimo successo di pubblico e ovazioni, un po’ per tutti, assolutamente meritate.

LA TRAVIATA – melodramma in tre atti; libretto di Francesco Maria Piave; musica di Giuseppe Verdi; Opera inaugurale della prima stagione lirica nella Fenice ricostruita,
Versione originale Teatro La Fenice 6 marzo 1853; maestro concertatore e direttore Lorin Maazel; regia Robert Carsen; drammaturgia Ian Burton; scene e costumi Patrick Kinmonth; coreografia Philippe Giraudeau; light designer Peter van Praet; Orchestra e Coro del Teatro La Fenice;direttore del Coro: Piero Monti