Amanda non ha ancora ben capito se si sente sola al mondo o se avverte la solitudine del mondo, né sembra troppo interessata a Cioran in generale, ma una cosa l’ha compresa: è molto sola. La venticinquenne interpretata da Benedetta Porcaroli si comporta come se avesse circa dieci anni di meno, e nonostante abbia una casa sua vive con i genitori, la sorella, sua figlia e la domestica filippina; con le ultime due ha un buon rapporto, con i primi decisamente meno, anzi, li incolpa per i continui trasferimenti tra Italia e Francia che le avrebbero impedito di vivere un’adolescenza normale. Amanda cerca risposte nelle chatroom notturne, all’ingresso di qualche rave a cui non partecipa, in un maneggio in cui entra clandestinamente per nutrire un cavallo malmesso, presso un negozio di elettrodomestici in cui si autoassume o al cinema d’essai di zona, poi l’illuminazione: si ricorda di Rebecca, compagna di giochi durante l’infanzia, ora hikikomori, e decide arbitrariamente che diventerà la sua migliore amica, iniziando una bizzarra relazione.

Presentato nella sezione Orizzonti Extra di Venezia79, Amanda, per dirla con le parole di Stanis La Rochelle, è un film che ambisce a essere poco italiano: si configura come una commedia innocua con qualche spruzzata di dramedy e una marcata venatura indie, con toni appena surreali, qualche incursione sopra le righe, e un umorismo che vorrebbe vertere verso un sarcasmo caustico e un’autoironia malinconica. Il punto, sintetizzando brutalmente, è che a un certo punto non viene fuori Michael Cera ma Michele Bravi, la cui capacità di generare ilarità si limita alla scena in cui riesce a guidare un’auto senza investire nessuno. Insomma si tratta di un’opera che ha scritto su ogni inquadratura “GenZ” e mira a mettere assieme, imbastendole su una struttura esile, scenette e meme vari che fanno riferimento a quel tipo di comicità un po’ depressa e un po’ cinica tipica di un certo tipo di film per adolescenti. La nostra protagonista è tanto apatica quanto dotata di una dialettica ficcante dietro cui cerca invano di nascondere la mancanza di compagnia che la affligge, e la narrazione procede seguendo un doppio binario: incerta su tutto, da un lato Amanda spende tantissimo tempo a trovare modi sempre più articolati per non fare niente, dall’altro, in questo scenario desolato, sceglie di inventarsi la vita che non ha, a cominciare dalla finta migliore amica, per arrivare al finto fidanzato e al finto lavoro.

Completano il quadro un po’ di velata ironia sulla classe borghese da wannabe raffinata commedia francese – più citazionistica che altro -, e un’impostazione scenica che è palesemente figlia della poetica visiva di Wes Anderson, da cui Carolina Cavalli prende a piene mani per costruire i suoi interni simmetrici e statici. La campagna in cui è ambientato il film non si presta bene ai colori pastello e ha invece una luce più fredda, spesso un po’ smorta, che risulta tuttavia adeguata all’impianto generale. C’è anche un po’ di Sorrentino – a cui è dedicato un ringraziamento speciale nel titoli di coda – nella messa in scena di Amanda, nella fattispecie la regista sembra aver mutuato dall’autore napoletano quel nonsense che odora di realismo magico a buon mercato, pur senza esagerare, presente nelle sequenze che funzionano di più: gli affettuosi battibecchi con la governante, l’assistente vocale del cellulare, alcuni stacchi di montaggio dal tempismo azzeccato.

A conti fatti, Amanda è un’opera abbastanza inedita nella scena italiana ma non certo su quella internazionale, molto meno originale di quando non possa sembrare perché con il procedere della visione si rivela in maniera inequivocabile l’immaginario derivativo che la anima, e soprattutto – peccato originale di qualsiasi commedia – è sprovvisto di un ritmo riconoscibile: spesso non sviluppa battute riuscite o annacqua certe sequenze neutralizzando la carica umoristica. A Cavalli va riconosciuta una sceneggiatura valida portata sullo schermo con un’idea piuttosto vaga dei tempi comici, in parecchi momenti del tutto fuori fase, e un cast piatto sprovvisto della verve per reggere la comunque esigua durata, a cominciare da Porcaroli, passando da Bellugi, per finire con Bravi – questo non è il suo mestiere e si vede. Si salva Giovanna Mezzogiorno che fa del suo meglio nel ruolo secondario della madre svampita, ma non cambia un risultato finale sciapo, in grado di strappare solo occasionalmente qualche risata e con più di un’occasione persa nello svolgimento.