Complementare al film di fiction 1987: When the day comes di Jang Joon-hwan, Courtesy to the nation è il primo documentario presentato all’interno di quest’edizione e segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per Gwon Gyung-won, il quale si propone di fare luce sul periodo delle proteste studentesche che portarono al crollo della giunta militare e sugli abusi subiti dai suoi protagonisti.
A partire dagli anni Ottanta diversi giovani coreani, esasperati dalla repressione violenta delle libertà fondamentali, si risolsero al suicidio in segno di opposizione. Per impedire ai vari movimenti di continuare la loro attività, il governo iniziò ad additare come colpevoli i compagni degli stessi suicidi: uno dei casi più emblematici fu quello di Cahng Kihoon, che nel 1991 fu accusato di istigazione al suicidio di un collega portando come prova un biglietto d’addio che, secondo una perizia calligrafica, sarebbe stato scritto da Cahng. Facendo avanti e indietro tra quei giorni e i primi anni duemila, il regista cerca di ricostruire un quadro plausibile di quanto effettivamente accadde.
Con questa sua opera prima, Gwon dimostra le potenzialità artistiche e ideologiche del documentario, un tipo di cinema che difficilmente ci saremmo aspettati di veder entrare nella selezione e ottenere l’approvazione del pubblico del FEFF. Come filo rosso tra il decennio Ottanta-Novanta – che possono sembrare una distopia orwelliana ma sono in realtà anni vicinissimi – e la contemporaneità, la figura di Cahng e dei suoi collaboratori, rivoluzionari la cui lotta ha dato i suoi frutti ma che sanno che sapore ha la sconfitta. E proprio qui sta il primo elemento di originalità: invece di celebrare i protagonisti del suo film, il regista lascia intendere di come anche la Corea moderna abbia difficoltà a scendere a patti col proprio passato e a rendere ragione a questi uomini e donne. I procuratori che hanno incastrato Cahng e approvato l’uso della violenza sulla popolazione civile hanno fatto carriera e alla proposta di un confronto davanti alla macchina da presa preferiscono attaccare il telefono in faccia.
E oltre alla sostanza, Gwon si dimostra capace di saper rinnovare la forma di un medium troppo spesso associato alla sterilità dei prodotti didascalici. A fianco dei consueti video di repertorio e interviste, Courtesy to the nation ricorre all’animazione – modellini in plastilina e marionette – per significare la manipolabilità dei funzionari – appunto delle marionette dei poteri forti – e delle informazioni. Non a caso il pupazzo che rappresenta Cahng è interamente di stoffa, mentre da quello del corrotto procuratore spunta una mano umana – una reminiscenza di quella terribile prepotente di Ruka (The Hand, 1965) di Jiří Trnka? – che detta legge.
Per rendere il documentario manifesto a posteriori di quella storica protesta, Gwon sfrutta la passione per la chitarra di Cahng per la realizzazione della colonna sonora, con i pezzi di intermezzo provenienti dal suo repertorio di musicisti ispanici. Questa musica è forse il simbolo più eloquente di quella che fu la protesta, una richiesta dolce e disperata di giustizia; serve inoltre a lenire il dolore di coloro che – con un certo senso di colpa – sono riusciti a uscire vivi da quegli anni in cui non era difficile venire arrestati e torturati per il proprio pensiero.
Pellicola che parte dal particolare della Storia coreana per giungere a una riflessione globale e mai sussiegosa su gioventù e vecchiaia, libertà e oppressione, Courtesy to the nation veicola intatta la forza morale degli intervistati e di chi non ce l’ha fatta, lasciando allo spettatore quel senso di indignazione e amarezza che è motore primo della ricerca della verità. Senza dubbio, l’esordio più valevole visionato sinora.







