Presentato al Sundance e a Venezia 73 nella sezione Orizzonti, dove si è aggiudicato il premio Lanterna Magica al film che per tematiche e linguaggi meglio rispecchia il mondo giovanile, il primo marzo è approdato anche nelle sale italiane Dark Night, terzo lungometraggio dell’indipendente Tim Sutton che ispirandosi liberamente a un tragico fatto di cronaca rimette in scena le vite di coloro che vi sono rimasti coinvolti.

Nello specifico, il film si misura con il massacro di Aurora, Colorado, dove nel 2012 il ventiquattrenne James Holmes si introdusse in un multiplex alla prima di The Dark Knight Rises – cui allude il titolo – uccidendo 12 persone e ferendone altre prima di consegnarsi alla polizia. Un evento che ci riporta inevitabilmente a un’altra strage avvenuta in Colorado, quello della Columbine High School del ’99 che ispirò Van Sant per il suo Elephant (2003), che non a caso il regista elegge a suo modello di stile seppur con qualche sensibile differenza.

dark night

Innanzitutto, Sutton esacerba la spersonalizzazione dei soggetti. Il palcoscenico non è un unico luogo istituzionale dai confini ben definiti, dove ogni personaggio possiede un grado zero di identità per il solo fatto di trovarsi lì: il gruppetto di skater, la maniaca del fitness, il veterano di guerra, ammazzano il tempo con modalità e in scenari diversi per non cadere preda della disumanizzante noia estiva. E fino a quando uno di questi perdigiorno non decide di imbracciare un fucile per vendicarsi della ex ragazza – a cui alla fine non farà niente –, il killer potrebbe essere virtualmente chiunque. Insomma non si avverte quella convergenza – in Elephant sia registica che narrativa – carica di presagi e di tensione: in Dark Night non viene sparato un colpo, con appena un paio di scene dedicate alla fatidica notte, poste circolarmente al principio e alla fine del film.

Ciò non significa che il regista non cerchi il virtuosismo, cosa che per un film che vorrebbe far suo protagonista assoluto il vuoto finisce per essere un po’ un vizio di forma: l’espediente di far “correre” la macchina da presa precedendo gli interpreti, che sembrano così correre a loro volta per entrare in campo e contrastare la loro stessa stasi; i dettagli degli occhi su cui si riflettono le sirene della polizia e i frame del film di Batman – unico riflesso, in senso letterale, della strage; i piani sequenza sui volti dei ragazzi che ritmicamente escono dall’inquadratura per darsi la spinta con lo skate; i piani fissi che escludono dal campo visivo gli interlocutori, sono una prova, ma anche una talvolta troppo ostentata affermazione, dell’impronta autoriale di Sutton.

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Dark Night non cerca di frammentare un evento per poi ricomporre un mosaico di punti di vista. Procede per ellissi senza preoccuparsi dell’intelligibilità dell’intero andando a erodere l’istanza narrante – cui unica traccia, come si diceva prima, è la circolarità della composizione – secondo un ingegnoso, anche se ormai sdoganato, principio mimetico: la riproduzione della vita “vera” sta tutta nell’impossibilità di riconoscere protagonisti, tensioni drammatiche, prefigurazioni. In realtà non è una pellicola così radicale sotto questo profilo, ma nemmeno vuole esserlo: a tre quarti si intuisce abbastanza chiaramente il triste esito e chi ne sarà l’attore; la curatissima fotografia di Hélène Louvart – l’abbiamo incontrata di recente con un altro indipendente, Beach Rats (2017) – tradisce lo stato d’animo dei personaggi; il brano Just Another Dreamer di Carodiario – il nuovo progetto solista di Maica Armata – è a sua volta una spia molto eloquente.

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La riflessione più interessante a cui ci porta l’autore è semmai quella sul cinema, come spazio e come mezzo. Lo spazio istituzionale di cui si avverte la mancanza per tutto il film compare negli ultimi, fatali minuti, ed è proprio la sala. Sala in cui i “protagonisti” perdono la propria individualità e si uniformano, diventano pubblico assistendo a una medesima proiezione che si tramuta in tragedia: la realtà che irrompe nella finzione, interrompendola. E allo stesso modo lo spettatore di Dark Night, che non vede la strage – ossia la sua drammatizzazione –, deve necessariamente colmare la lacuna lasciata dalla finzione cinematografica rievocando i fatti di Aurora. Più efficacemente di qualsiasi j’accuse corredato di date, nomi e cognomi, il film di Sutton dimostra come un cinema non politicamente connotato e che non rinuncia – spesso esagerando – al guilty pleasure della forma sia in grado di stimolare e risvegliare la coscienza di chi lo fruisce.