domenica, Luglio 26, 2026
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La splendida Via del Popolo di Saverio La Ruina

"Via del popolo" di Saverio La Ruina (foto di Angelo Maggio).

È sempre un’emozione vedere un nuovo spettacolo di Saverio La Ruina. L’autore/regista/interprete riesce a smuovere, nel suo raccontare, le pieghe più nascoste dei ricordi. Così è successo a Castrovillari con Via del popolo, che solo superficialmente potrebbe essere accostato agli ormai celebri e celebrati lavori del passato, da Dissonorata a La borto, da Italianesi a Masculu e fiammina, senza contare i peli d’oca provati con Polvere, per citarne solo alcuni. In questo ritratto della Calabria più profonda Saverio si mette del tutto a nudo, parla di sé in prima persona, narra il posto dov’è cresciuto senza infingimenti ma con la consueta (e anzi arricchita) poesia.

È una pièce fondamentalmente basata sugli esterni: la strada in cui è andato a vivere giovanissimo, il bar del padre, aperto con lo zio poi finito in ospedale psichiatrico, il meridione italiano fatto di persone reali e allo stesso tempo personaggi di una commedia che può essere lieta o può esserlo molto meno. Quella che tutti chiamano gente del paese, magari un po’ malavitosa, a volte, un po’ accidiosa, altre, ma sempre e comunque ricordata come in una fotografia analogica. La cosa più sbalorditiva, infatti, non riguarda la storia, come negli spettacoli precedenti. Protagonista, almeno per chi scrive, è il tempo, anzi il tempo passato. Ci troviamo tutti a dover fare i conti con quello che resta della nostra infanzia. Della giovinezza, forse sarebbe meglio dire. I ritratti che Saverio costruisce sono intimi e paradigmatici, dicono di una famiglia meridionale ma richiamano i sentimenti che ci hanno accompagnato, le distanze, le assenze, gli errori. L’autobiografia dichiarata diventa simbolo universale di ciò che è stato, di ciò che si è stati finora. E quella Via del Popolo, ormai desertificata, si dipinge dei colori di ogni persona che ci passava, rimangono impresse le belle sorelle ammirate da tutti, perfino dal prete, o la disastrosa scomparsa del papà dell’autore, per fortuna risolta dopo affannose e rocambolesche ricerche. Ma il senso della poesia, il suo motore, porta lo spettatore lontano. È anche pericoloso, in realtà, perché il valore schiettamente autobiografico di cui si accennava si rivela uno specchio. E restando immagati dalle parole si scivola irrimediabilmente dentro la propria solitudine, si enumerano uno a uno i volti di chi ci ha lasciato. Tanti tipi diversi di morte, fragilità mai del tutto sopite e superate. Ma la straordinarietà di Via del popolo sta tutta qua, nella benevolenza che ti porge.

“Via del popolo” di
Saverio La Ruina (foto di Angelo Maggio).

Non è un caso che l’inizio, divertente e rituale, si svolga in un cimitero. Si ride anche di qualcuno che lì è sepolto, ma l’orologio storto come quelli di Dalì ci indica il tema: il tempo, il passaggio, la permanenza e anche, ovviamente, la dipartita. C‘è un affetto così profondo nel delineare le tracce di ogni persona che viene evocata che deve essere costato un bel po’ di fatica emotiva a chi l’ha scritta. Perché, lo sanno tutti, non è facile parlare di sé. Costa dolore e si cerca di evitarlo, se si può. Saverio è stato molto coraggioso nel far entrare folle di estranei nel suo mondo più intimo.

“Via del popolo” di Saverio La Ruina (foto di Angelo Maggio).

Lo spettacolo è un capolavoro nell’alternare riso e commozione. Lo dimostrano i dieci minuti di applausi, un tributo a questa nuova prova d’artista. Poi certo si esce dal teatro. E necessariamente ci si guarda indietro. Ma in fondo il teatro serve a questo, a consolarti. A strapparti il cuore e rimetterlo a posto.